La guerra in Medio Oriente mette sotto pressione le forniture energetiche globali, ma la Cina si trova in una posizione più solida di quanto suggerisca la sua dipendenza dalle importazioni di petrolio. Pechino importa circa la metà del proprio greggio e quasi un terzo del gas naturale liquefatto dalla regione. Eppure una combinazione di riserve strategiche accumulate negli anni, diversificazione delle fonti e avanzamento nella transizione energetica riduce l’esposizione diretta del paese alle tensioni nello Stretto di Hormuz. Secondo Goldman Sachs, solo il 6% del consumo energetico totale cinese è direttamente vulnerabile a una interruzione nel Golfo.
Riserve e alternative energetiche limitano i danni
La Cina detiene le più grandi riserve di emergenza di petrolio al mondo: 1,3 miliardi di barili. Quasi la metà del gas importato arriva via gasdotto dalla Russia e dal Turkmenistan, con contratti a lungo termine che non passano per il Golfo. Teheran ha inoltre garantito il transito nello Stretto di Hormuz alle navi collegate a paesi “non ostili”, categoria che include Pechino.
Sul fronte interno, l’elettricità copre il 30% del consumo energetico cinese, una quota superiore di circa il 50% rispetto a Stati Uniti ed Europa. La rapida espansione del solare e dell’eolico ha portato la Cina a detenere circa un terzo della capacità mondiale di generazione da fonti rinnovabili. Questo mix diversificato rende gli esportatori cinesi strutturalmente meno esposti ai picchi del prezzo del petrolio rispetto ai concorrenti occidentali.
Tecnologie verdi e materie prime critiche come leva competitiva
Il conflitto ha accelerato la domanda globale di fonti energetiche alternative, settore in cui la Cina occupa una posizione dominante. Le aziende cinesi controllano almeno il 70% della capacità produttiva mondiale per le principali tecnologie green: pannelli solari, batterie e componenti per veicoli elettrici. Pechino domina anche l’estrazione e la raffinazione delle terre rare necessarie a queste tecnologie. Dall’inizio delle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran, i principali produttori cinesi di batterie hanno guadagnato oltre 70 miliardi di dollari in capitalizzazione di mercato.
La Cina è anche il secondo esportatore mondiale di fertilizzanti e detiene riserve strategiche di zolfo, materia prima fondamentale per l’agricoltura e la lavorazione dei metalli, largamente approvvigionata attraverso lo Stretto. In questo contesto, Pechino può proporsi come fornitore alternativo per le nazioni colpite da difficoltà di approvvigionamento. Sul fronte geopolitico, Agathe Demarais del Consiglio europeo per le relazioni estere segnala che le armi impiegate dagli Stati Uniti nel conflitto dipendono da terre rare di produzione cinese, con scorte americane stimate in circa due mesi. Questo potrebbe tradursi in una leva negoziale rilevante in vista del previsto incontro tra Xi Jinping e Donald Trump a maggio.
Lo yuan e il dopo-guerra
Il conflitto potrebbe accelerare un processo già in corso: la riduzione del peso del petrodollaro negli scambi energetici internazionali. L’Iran starebbe negoziando con alcune nazioni il transito delle navi in cambio di pagamenti in yuan. Secondo Mallika Sachdeva di Deutsche Bank, il conflitto potrebbe rappresentare un catalizzatore per l’affermazione del cosiddetto “petroyuan”. Le imprese cinesi sono inoltre ben posizionate per aggiudicarsi i contratti di ricostruzione delle infrastrutture regionali — porti, impianti energetici, dissalatori — grazie alla disponibilità di finanziamenti e materiali.
I rischi rimangono reali: un conflitto prolungato aumenterebbe i costi, comprimerrebbe le forniture e, in uno scenario di recessione globale, ridurrebbe la domanda di esportazioni cinesi. I partner commerciali continueranno a monitorare con cautela la crescente dipendenza da Pechino. Ma la combinazione di riserve strategiche, leadership nelle tecnologie pulite e flessibilità nella gestione centralizzata delle risorse colloca la Cina in una posizione di vantaggio relativo rispetto alla maggior parte delle altre grandi economie.
