Il greggio Dubai ha raggiunto quota 170 dollari al barile, un livello di gran lunga superiore al Brent attestato intorno ai 103 dollari. Lo scarto ha reso il benchmark mediorientale sempre meno affidabile come riferimento per i contratti spot, spingendo i raffinatori asiatici a riorientarsi verso l’ICE Brent per gli acquisti di petrolio statunitense. Nel frattempo, il governo giapponese ha fatto un passo insolito: ha formalmente chiesto ai grossisti nazionali di adottare il Brent come indice di prezzo, nel tentativo di frenare l’ulteriore aumento dei prezzi alla pompa.
Un differenziale che altera i meccanismi di mercato
Il Dubai crude è tradizionalmente utilizzato come benchmark di riferimento per il greggio mediorientale venduto in Asia. Il suo utilizzo è diffuso nei contratti a lungo termine con fornitori come Saudi Aramco e nella struttura dei derivati legati al mercato del Medio Oriente. Quando il differenziale con il Brent si mantiene entro una banda ragionevole, il sistema funziona: i raffinatori asiatici possono confrontare le diverse origini su basi omogenee.
Un divario di circa 67 dollari al barile rompe questa logica. Acquistare greggio americano prezzato sul Dubai a 170 dollari risulta antieconomico rispetto allo stesso barile prezzato sul Brent a 103. I raffinatori — in primo luogo quelli giapponesi, sudcoreani e cinesi — hanno quindi cominciato a richiedere che i contratti per il WTI e altri greggi statunitensi vengano indicizzati al Brent, che riflette in modo più accurato le condizioni di offerta globale.
La distorsione del Dubai crude non è un fenomeno tecnico isolato. Riflette tensioni strutturali nel mercato fisico del Golfo Persico, dove i flussi di approvvigionamento sono stati alterati dalle restrizioni logistiche e dalle pressioni geopolitiche sulla regione, incluse le difficoltà di transito dallo Stretto di Hormuz segnalate anche per le esportazioni irachene.
Il Giappone chiede il cambio di benchmark ai grossisti
L’intervento del governo giapponese segna una discontinuità rispetto alla prassi abituale. Tokyo ha formalmente sollecitato i grossisti nazionali a rinegoziare i contratti di acquisto del greggio americano sostituendo il Dubai con il Brent come base di calcolo. L’obiettivo dichiarato è limitare l’impatto sui prezzi interni dei carburanti, che restano sotto pressione nonostante i sussidi governativi ancora attivi nel settore della raffinazione.
La mossa ha una logica immediata: se il prezzo del greggio importato viene calcolato su un benchmark più basso, la base di costo per i raffinatori si riduce, con possibili effetti a cascata sui prezzi al dettaglio. Tuttavia, l’efficacia dipenderà dalla disponibilità delle controparti commerciali — principalmente i trader e i produttori statunitensi — ad accettare il cambio di riferimento contrattuale.
Sul fronte dei derivati, la transizione non è indolore. Una riduzione della liquidità nei contratti indicizzati al Dubai potrebbe indebolire la funzione di price discovery del benchmark mediorientale, con ricadute sulla struttura dei prezzi formulati da Aramco e dagli altri esportatori del Golfo verso l’Asia.
Le implicazioni per i fornitori del Golfo
Saudi Aramco e gli altri grandi produttori del Golfo utilizzano il Dubai crude come punto di riferimento per calcolare i propri Official Selling Price verso i clienti asiatici. Se il benchmark perde credibilità o liquidità, la capacità di Aramco di mantenere una politica di prezzi trasparente e competitiva rispetto al Brent potrebbe risultare compromessa nel medio periodo.
Per ora, il passaggio al Brent riguarda principalmente gli acquisti di greggio americano da parte dei raffinatori asiatici. Ma se la distorsione del Dubai crude dovesse persistere, la pressione per un riallineamento più ampio dei meccanismi di pricing — anche per il greggio mediorientale — è destinata a crescere.
Il mercato asiatico del petrolio greggio sta attraversando una fase di ridefinizione dei riferimenti contrattuali. La durata e l’intensità della distorsione attuale determineranno se si tratta di un aggiustamento temporaneo o di un cambiamento più profondo nelle architetture di prezzo del settore.
