Le prime rilevazioni congiunturali successive all’avvio del conflitto in Iran restituiscono un quadro uniforme: i Purchasing Manager Index di marzo, elaborati da S&P Global per le principali economie mondiali, sono scesi su scala simultanea. Manifattura e servizi hanno entrambi registrato deterioramenti, mentre i costi di produzione sono saliti. Il prezzo del petrolio, destinazione obbligata di qualsiasi analisi in questo frangente, è il principale meccanismo di trasmissione dello shock: dalla Germania all’Australia, dagli Stati Uniti alla Turchia, le economie stanno assorbendo un rincaro energetico che comprime i margini delle imprese e accelera l’inflazione al consumo.
I PMI di marzo: il segnale sincronizzato
I sondaggi tra i responsabili degli acquisti di Australia, India, Europa e Stati Uniti offrono la prima fotografia quantitativa dell’impatto del conflitto sulle catene produttive globali. In Germania, la più grande economia europea, l’inflazione dei costi di produzione ha raggiunto il ritmo più alto degli ultimi tre anni. Nel Regno Unito, dove l’inflazione era rimasta stabile su un minimo di undici mesi prima dell’escalation, la Bank of England stima che i prezzi dei carburanti spingeranno l’inflazione al 3,5% a marzo, con un ulteriore impulso atteso in estate dall’aggiornamento del price cap sull’energia domestica.
La Norvegia rappresenta un caso interessante sul versante delle politiche monetarie: la banca centrale ha aperto alla possibilità di un rialzo dei tassi, abbandonando un piano che prevedeva tre tagli entro il 2028. La decisione segnala come alcune banche centrali stiano già invertendo la rotta rispetto all’orientamento espansivo degli ultimi mesi. L’opposto accade in Messico, dove Banxico ha tagliato di un quarto di punto a 6,75%, privilegiando il sostegno alla crescita in una fase di indebolimento dell’economia.
Asimmetrie geografiche: chi assorbe e chi resiste
Non tutte le economie rispondono allo stesso modo. La Cina mostra una relativa tenuta: nei primi tre settimane di marzo, quasi 20 milioni di container hanno transitato per i porti cinesi, con un incremento superiore al 6% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale sostiene i volumi commerciali, compensando in parte l’effetto dei rincari energetici.
L’Australia presenta invece segnali più acuti di stress nelle forniture: almeno 600 stazioni di servizio hanno segnalato carenze di carburante, con il ministro dell’Energia Chris Bowen che ha riferito la situazione al Parlamento. La dipendenza dalle importazioni di petrolio dal Medio Oriente rende il paese particolarmente esposto alle interruzioni logistiche generate dal conflitto.
In Turchia, la banca centrale sta valutando strumenti non convenzionali per difendere la lira dalla volatilità sui mercati valutari: tra le opzioni discusse, secondo fonti citate da Bloomberg, vi sarebbero operazioni di swap oro contro valuta estera sul mercato di Londra, attingendo alle riserve auree del paese.
Debito pubblico e immigrazione negli Stati Uniti
Sul fronte interno americano, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha indicato la traiettoria del debito pubblico come principale preoccupazione strutturale, con i segnali d’allarme ora amplificati dalla crisi. Parallelamente, quattro contee su dieci negli Stati Uniti hanno registrato un calo demografico nel 2024, in parte effetto delle politiche sull’immigrazione dell’amministrazione Trump: i cali più marcati si concentrano nelle aree metropolitane con alta incidenza di popolazione immigrata, tra cui Los Angeles, Miami e New York.
I dati di marzo rappresentano solo la prima lettura di un impatto destinato a consolidarsi nei mesi successivi. La sincronicità del deterioramento dei PMI su scala globale indica che lo shock non è circoscritto a una regione, ma si trasmette attraverso i prezzi energetici e le catene di fornitura. Le banche centrali si trovano ora a bilanciare rallentamento della crescita e risalita dell’inflazione, una combinazione che riduce lo spazio di manovra rispetto agli scenari pre-conflitto. I prossimi rilasci di dati di aprile chiariranno se marzo rappresenta un punto di discontinuità o l’inizio di una fase più prolungata di contrazione.
