Il conflitto tra Iran e Israele entra nella sua quinta settimana senza segnali concreti di apertura negoziale. Sabato i Houthi dello Yemen hanno lanciato missili balistici contro Israele, ufficializzando il loro ingresso nel conflitto dopo gli attacchi israelo-americani alle strutture nucleari iraniane. Nel frattempo, 3.500 soldati americani aggiuntivi sono giunti nella regione e il Pentagono starebbe valutando operazioni terrestri in Iran della durata di settimane. Il nodo centrale rimane lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transitava un quinto del petrolio marittimo globale prima dell’inizio delle ostilità, e che oggi è quasi completamente bloccato.
Lo Stretto di Hormuz, principale leva iraniana
Teheran sta elaborando una legge per regolamentare il transito nello Stretto di Hormuz, che includerebbe norme sulla sicurezza della navigazione, la riscossione di pedaggi e la creazione di un fondo regionale di sviluppo. Lo ha riferito domenica l’agenzia semi-ufficiale Fars, citando il parlamentare Alireza Salimi. Daniel Yergin, vicepresidente di S&P Global, ha commentato che l’Iran starebbe cercando di trasformare una via d’acqua internazionale in un canale sotto controllo iraniano da cui estrarre risorse economiche.
Il Pentagono, secondo quanto riportato dal Washington Post citando funzionari anonimi, si starebbe preparando a operazioni terrestri in Iran con l’obiettivo prioritario di riaprire lo stretto. Il presidente Trump ha fissato al 6 aprile la scadenza entro cui Teheran dovrà accettare la riapertura, pena la demolizione di centrali elettriche. L’Iran ha già respinto una proposta americana in quindici punti che prevedeva allentamento delle sanzioni in cambio dello smantellamento delle strutture nucleari, riduzione dell’arsenale missilistico e riapertura di Hormuz. Teheran chiede invece riparazioni di guerra, riconoscimento di un controllo sul passaggio nello stretto e garanzie di non aggressione futura.
L’Arabia Saudita ha riattivato il suo oleodotto Est-Ovest alla piena capacità di 7 milioni di barili al giorno per aggirare lo stretto. Tuttavia, il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, da cui transitano ora 5 milioni di barili di esportazioni saudite, rientra nel raggio d’azione dei missili Houthi, rendendo quella rotta potenzialmente vulnerabile.
Escalation militare su più fronti
Domenica Israele ha colpito Teheran, causando danni a zone residenziali e provocando vittime civili secondo l’agenzia statale IRNA. L’Arabia Saudita ha intercettato quasi una dozzina di droni. Gli Emirati Arabi Uniti hanno riferito di aver fronteggiato sabato 37 droni e 20 missili balistici, con incendi nell’area industriale di Kezad ad Abu Dhabi e almeno sei feriti. Il consigliere presidenziale emiratino Anwar Gargash ha dichiarato che qualsiasi soluzione politica dovrà includere garanzie di sicurezza e riparazioni iraniane.
Una base aerea saudita è stata colpita venerdì: almeno 15 militari americani sono rimasti feriti, tra cui cinque in modo grave. Tra i velivoli danneggiati figura un E-3 Sentry, aereo da ricognizione e controllo del valore di circa 300 milioni di dollari, con la coda completamente recisa. Le forze americane hanno dichiarato di aver colpito oltre 11.000 obiettivi e distrutto più di 150 imbarcazioni iraniane dall’inizio del conflitto.
Il leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah Ali Khamenei ucciso nelle prime ore della guerra, non è stato visto in pubblico da quando ha assunto la carica. Washington sostiene che sia rimasto ferito.
Diplomazia in stallo, mediazione affidata al Pakistan
I ministri degli esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto si sono riuniti a Islamabad il 29 e 30 marzo per discutere una de-escalation. Il ministro pakistano Ishaq Dar ha riferito che entrambe le parti hanno espresso fiducia nel Pakistan come sede di futuri colloqui, ma né Washington né Teheran hanno segnalato disponibilità a sedersi al tavolo. Il Wall Street Journal ha riferito, citando funzionari arabi, che i colloqui avrebbero incluso proposte sulla riapertura di Hormuz.
Il bilancio del conflitto supera i 4.500 morti, con circa tre quarti delle vittime in Iran e oltre 1.100 in Libano, dove Israele ha ampliato domenica la zona cuscinetto nel sud del paese. Due giornalisti sono stati uccisi in Libano sabato durante i raid israeliani.
