Il ministro dell’industria emiratino Sultan Al Jaber ha preso la parola al Ritz-Carlton di Washington il 27 marzo, in occasione di una cerimonia del Middle East Institute, a poche settimane dagli attacchi missilistici e con droni subiti dagli Emirati Arabi Uniti. Nel suo discorso, Al Jaber ha collegato la sicurezza energetica globale alla minaccia iraniana sullo Stretto di Hormuz, definendo qualsiasi tentativo di chiusura del passaggio marittimo un atto di “terrorismo economico” con ricadute dirette su ogni economia del pianeta. Il messaggio, rivolto a un pubblico di diplomatici e investitori, traccia le coordinate della posizione emiratina nel quadro di una crisi regionale ancora aperta.
L’attacco del 28 febbraio e la risposta degli Emirati
Il 28 febbraio gli Emirati Arabi Uniti hanno subito un attacco definito da Al Jaber “illegale, non provocato e imprevedibile”: oltre 2.200 tra missili e droni, pari a più del 60 per cento di tutto il fuoco lanciato verso il Golfo. Le infrastrutture colpite includevano porti, città e impianti energetici. Secondo Al Jaber, i sistemi di difesa hanno retto e il paese non ha interrotto le proprie funzioni. Il presidente Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan ha commentato pubblicamente che gli Emirati “non sono una preda facile”.
L’episodio si inserisce in una fase di crescente pressione sul fronte della sicurezza nel Golfo. Gli attacchi Houthi alle rotte marittime del Mar Rosso — sostenuti dall’Iran — hanno già pesato sui costi delle spedizioni globali negli ultimi mesi. L’estensione della minaccia agli Emirati segnala un ampliamento del raggio d’azione delle forze proxy iraniane verso uno degli snodi economici più rilevanti della regione.
Hormuz e il costo globale dell’instabilità
Al Jaber ha riportato i dati che rendono lo Stretto di Hormuz un punto nevralgico per l’economia mondiale: circa un quinto del petrolio globale, un terzo dei fertilizzanti e quote significative di materie prime transitano da quel corridoio di 33 chilometri. Qualsiasi interruzione — anche parziale — si traduce in aumento dei prezzi energetici e alimentari, con effetti che ricadono in modo sproporzionato sulle famiglie con redditi più bassi.
“Quando l’Iran tiene Hormuz in ostaggio, ogni nazione paga il riscatto: al distributore, al supermercato, in farmacia”, ha detto Al Jaber. La formulazione sceglie deliberatamente il registro economico — non quello militare — per allargare la platea degli interlocutori oltre i governi e rivolgersi direttamente ai mercati e all’opinione pubblica internazionale. Il ministro ha espresso perplessità esplicita sul fatto che la comunità internazionale continui a tollerare quella che ha definito “un’estorsione su scala globale”.
Il partenariato con gli Stati Uniti e il modello emiratino
Una parte rilevante del discorso ha riguardato la relazione tra Abu Dhabi e Washington. Al Jaber l’ha descritta come una partnership “di convinzione”, non di convenienza, che attraversa ambiti che vanno dalla sicurezza agli investimenti tecnologici, dalla sanità all’istruzione. Il contesto non è neutro: gli accordi di Abramo del 2020 hanno formalizzato la normalizzazione emiratino-israeliana proprio sotto amministrazione americana, e i due paesi collaborano su infrastrutture critiche legate all’intelligenza artificiale, come dimostrato dagli accordi siglati nel 2024 con aziende statunitensi del settore.
Al Jaber ha sintetizzato la scelta strategica degli Emirati in una serie di contrasti: apertura contro isolamento, commercio contro conflitto, infrastrutture contro proxy militari. Il riferimento implicito all’Iran è netto, anche se mai esplicitato in un attacco diretto.
Gli Emirati restano uno degli hub di investimento più attivi della regione. Nei primi mesi del 2025, il paese ha continuato ad attrarre capitali nei settori tecnologico, immobiliare e delle energie rinnovabili, nonostante la pressione sul fronte della sicurezza. La capacità di mantenere operative le infrastrutture durante gli attacchi è stata presentata da Al Jaber come prova di affidabilità sistemica per investitori e partner commerciali internazionali.
