Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, scoppiato il 28 febbraio, sta comprimendo le prospettive di crescita di Dubai per il 2025. La borsa dell’emirato ha perso il 15 percento da inizio conflitto, bruciando circa 44,4 miliardi di dollari di capitalizzazione. Le stime degli analisti variano sensibilmente in base agli scenari di uscita dalla crisi: una pace stabile potrebbe consentire una ripresa rapida, mentre una conclusione incerta prolungherebbe l’impatto sull’economia reale. Il punto di partenza, tuttavia, è solido: Dubai si trova in una condizione finanziaria pubblica nettamente migliore rispetto alle precedenti crisi.
Scenari di uscita dal conflitto
Le proiezioni economiche dipendono più dalla qualità della pace che dalla sua tempistica. È la valutazione di Justin Alexander, direttore di Khalij Economics, secondo cui un accordo che elimini la possibilità di nuovi attacchi garantirebbe una ripresa robusta dell’economia di Dubai. Al contrario, una tregua che lasci aperta la possibilità di ulteriori escalation peserebbe durevolmente su turismo, real estate e flussi di investimento.
Capital Economics ha elaborato due scenari distinti. Nel caso in cui il conflitto si concluda entro due settimane e l’attività economica si normalizzi rapidamente, il PIL non petrolifero degli Emirati Arabi Uniti crescerebbe dell’1,5 percento nel 2025. Dubai concentra la quota principale di questa economia. In uno scenario avverso, l’economia dell’emirato potrebbe invece risultare piatta o contrarsi nell’anno in corso, secondo Jason Tuvey, vice capo economista per i mercati emergenti di Capital Economics.
L’aspetto che preoccupa maggiormente gli analisti non è tanto il calo immediato dei consumi, quanto l’effetto scoraggiamento sulle decisioni di lungo periodo. Chi stava valutando un trasferimento a Dubai potrebbe rimandare o rinunciare. Le conseguenze si riverserebbero sul mercato immobiliare, che nei prossimi anni è atteso da un’ampia consegna di nuove unità. Tuvey osserva che il momentum del settore aveva già iniziato a rallentare prima del conflitto e che ora appare probabile un’inversione di tendenza.
I settori più colpiti nell’immediato
Le ricadute si concentrano sui comparti legati ai flussi fisici di persone: commercio al dettaglio e all’ingrosso, ristorazione, servizi ricreativi. Si tratta delle attività più esposte a un calo improvviso della mobilità e del traffico turistico, che rappresentano pilastri del modello economico di Dubai.
Il rischio sistemico, segnalato da Tuvey, è che un conflitto prolungato metta in discussione la reputazione dell’emirato come hub sicuro per imprese, capitali e professionisti internazionali. Questo tipo di danno reputazionale è più difficile da riassorbire rispetto a una contrazione congiunturale e potrebbe avere effetti persistenti sulle scelte di localizzazione delle multinazionali.
Le finanze pubbliche come fattore di stabilità
Nonostante le pressioni in corso, la posizione finanziaria di Dubai è sensibilmente più solida rispetto ai periodi di crisi precedenti. Negli ultimi cinque anni l’emirato ha registrato avanzi di bilancio medi pari a quasi il 6 percento del PIL, utilizzati in parte per ridurre il debito e costituire riserve. Il debito netto è oggi molto più basso rispetto al periodo pre-pandemia e non si ripropone il problema delle passività occulte che aveva aggravato la crisi del 2009.
Un indicatore tangibile è il costo dei credit default swap sul debito di Dubai, sceso a 49 punti a fine febbraio da 86 a inizio decennio. Il conflitto ha fatto risalire questo valore a 81, ma il livello rimane ben al di sotto del picco del 2020 legato alla pandemia da Covid-19.
La tenuta delle finanze pubbliche e una gestione del debito più trasparente rispetto al passato offrono a Dubai margini di manovra che non erano disponibili nelle precedenti fasi di stress. La rapidità e le condizioni con cui il conflitto si chiuderà determineranno l’entità del recupero, ma la struttura di base rimane più resiliente di quanto suggeriscano i movimenti di borsa di queste settimane.
