Un mese dopo l’avvio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, i paesi del Golfo Persico manifestano una crescente insoddisfazione nei confronti di Washington. Lo Stretto di Hormuz rimane quasi completamente bloccato, le perdite in entrate petrolifere si contano in miliardi di dollari e i droni iraniani continuano a colpire infrastrutture regionali: venerdì l’Arabia Saudita ne ha intercettati sei, mentre due porti kuwaitiani sono stati raggiunti. Nel frattempo, funzionari regionali mettono in discussione in privato le garanzie di sicurezza americane, la coerenza strategica dell’amministrazione Trump e il senso stesso di ospitare basi militari statunitensi che hanno reso i loro paesi bersagli.
Lo Stretto di Hormuz al centro delle tensioni
Il nodo centrale del conflitto, per i paesi del Golfo, è il controllo dello Stretto di Hormuz. Il corridoio è vitale non solo per il transito del petrolio regionale, ma come arteria dell’intera economia dei paesi produttori. L’Iran lo utilizza come leva di pressione: le minacce di Teheran contro le navi in transito hanno di fatto paralizzato le esportazioni di greggio dei paesi del Golfo, mentre Washington ha temporaneamente sospeso le sanzioni su riserve di petrolio iraniano stimate in oltre dieci miliardi di dollari, con l’obiettivo di calmierare i prezzi dell’energia sui mercati globali. La mossa ha alimentato il risentimento tra i partner arabi, che si sono trovati nell’impossibilità di esportare il proprio petrolio mentre quello iraniano veniva agevolato.
Gli Emirati Arabi Uniti lavorano a una coalizione internazionale per riaprire lo stretto. Il consigliere diplomatico del presidente emiratino, Anwar Gargash, ha dichiarato che qualsiasi cessate il fuoco dovrà affrontare la minaccia nucleare iraniana, i missili, i droni e quello che ha definito il “bullismo sugli stretti”. La ministra di Stato emiratina Lana Nusseibeh, incontrata a Washington insieme al responsabile dell’energia Sultan Al Jaber, ha affermato che la Casa Bianca comprende le implicazioni economiche del blocco e che tutte le opzioni restano sul tavolo per mantenere aperto Hormuz.
Il timore di un accordo al ribasso con Teheran
La preoccupazione più diffusa tra i funzionari del Golfo riguarda la possibilità che Trump raggiunga un accordo con l’Iran che non preveda il disarmo dei missili balistici né lo smantellamento delle reti di milizie proxy, da Hezbollah ad Hamas. Uno scenario del genere consentirebbe al presidente americano di dichiarare una vittoria politica e uscire da una guerra impopolare in patria, ma lascerebbe i paesi del Golfo a fronteggiare un Iran indebolito ma non neutralizzato, e ancora in grado di condizionare il transito nello stretto.
L’amministrazione Trump ha fatto sapere agli alleati che non è previsto alcun intervento di terra in Iran nel breve periodo, nonostante il dispiegamento di migliaia di soldati nella regione. Trump ha tuttavia rassicurato i partner del Golfo in un’intervista a Fox News, affermando che gli Stati Uniti li proteggeranno anche in caso di ritiro dall’Iran. I paesi del Golfo avevano investito pesantemente nella relazione con Washington: Arabia Saudita, Emirati e Qatar hanno collettivamente impegnato somme nell’ordine dei trilioni di dollari in investimenti negli Stati Uniti, inclusi settori come l’intelligenza artificiale e i data center. Molti funzionari si chiedono ora cosa abbiano ottenuto in cambio.
La Cina come alternativa strategica
In questo quadro, alcuni governi della regione stanno valutando un rafforzamento dei legami con Pechino. La Cina non offre garanzie di sicurezza formali, ma viene percepita come un interlocutore più prevedibile. L’argomento cinese — proporsi come superpotenza stabile in contrasto con la volatilità americana — sta guadagnando terreno, secondo le persone citate dalle fonti. Non si tratta di un disimpegno dall’asse atlantico, ma di una diversificazione geopolitica che riflette la delusione accumulata.
I paesi del Golfo continuano a ospitare le basi americane e nessuno ha intenzione di chiederne la rimozione. Ma la fiducia nelle garanzie di Washington si è assottigliata, e la ricerca di alternative più solide è già in corso.
