Gli Emirati Arabi Uniti stanno avanzando nei piani per sviluppare una rotta commerciale alternativa allo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. L’iniziativa acquista rilevanza concreta nel contesto dell’attuale crisi mediorientale, che ha riportato al centro del dibattito geopolitico ed energetico la vulnerabilità di questo snodo. Per Abu Dhabi e Dubai, diversificare i corridoi logistici non è una risposta di emergenza: rientra in una strategia di lungo periodo tesa a consolidare il ruolo degli Emirati come hub commerciale e di transito a livello globale.
Il progetto e il contesto geopolitico
Lo Stretto di Hormuz, che separa gli Emirati dall’Iran, è il punto di passaggio obbligato per le esportazioni di petrolio e gas liquefatto provenienti da Arabia Saudita, Kuwait, Iraq e dagli stessi Emirati. La sua chiusura, anche temporanea, avrebbe ripercussioni dirette sui mercati energetici globali. Le tensioni recenti legate al conflitto in Medio Oriente hanno riportato questa vulnerabilità all’attenzione degli operatori internazionali.
Gli Emirati dispongono già di un’infrastruttura parziale per aggirare lo stretto: l’oleodotto ADCO che collega i campi petroliferi dell’Abu Dhabi onshore al terminale di Fujairah, sul Golfo dell’Oman, con una capacità di circa 1,5 milioni di barili al giorno. Il piano ora in discussione punta a estendere questa logica oltre il settore energetico, sviluppando corridoi multimodali — stradali, ferroviari e portuali — capaci di gestire merci generiche, non solo idrocarburi.
Il porto di Fujairah è già il secondo scalo mondiale per bunkeraggio, dopo Singapore. Potenziarne il ruolo come terminal di transito merci significherebbe ridisegnare in modo significativo i flussi commerciali nell’area Indo-Pacifico e nel corridoio Asia-Europa.
Le implicazioni per Dubai come hub regionale
Per Dubai e più in generale per gli Emirati, il progetto si inserisce in una visione strutturale. Jebel Ali, il più grande porto container del Medio Oriente, gestito da DP World, è già un nodo fondamentale delle catene di approvvigionamento globali. La creazione di un corridoio alternativo a Hormuz rafforzerebbe la posizione degli Emirati come punto di snodo imprescindibile tra Oriente e Occidente, indipendentemente dalle turbolenze geopolitiche regionali.
Sul piano degli investimenti, lo sviluppo di nuove infrastrutture logistiche apre opportunità in più segmenti: zone franche, magazzinaggio, servizi doganali, logistica dell’ultimo miglio. Le free zone emiratine — Jebel Ali Free Zone, Dubai South, e altre — sono già attrezzate per attrarre operatori internazionali. Un potenziamento delle rotte alternative renderebbe queste strutture ancora più strategiche per le aziende che cercano di diversificare la propria esposizione ai rischi geopolitici.
L’interesse di India e Cina per rotte commerciali alternative nel Golfo è documentato. Entrambi i paesi dipendono in misura rilevante dalle importazioni energetiche che transitano per Hormuz, e una diversificazione infrastrutturale guidata dagli Emirati andrebbe incontro a esigenze già espresse da Nuova Delhi e Pechino.
Tempi e variabili aperte
I dettagli operativi del progetto — costi, tempi di realizzazione, soggetti coinvolti — restano in larga parte da definire. Le infrastrutture di questo tipo richiedono anni di pianificazione e investimenti nell’ordine delle decine di miliardi di dollari. La fattibilità dipenderà anche dalla stabilità politica regionale e dalla disponibilità di capitali pubblici e privati a impegnarsi su orizzonti temporali lunghi.
Ciò che appare consolidato è la direzione strategica: Abu Dhabi intende ridurre la propria dipendenza da un singolo punto di passaggio e offrire agli operatori globali un’alternativa credibile. In un contesto in cui la sicurezza delle supply chain è tornata priorità per governi e imprese, questa posizione conferisce agli Emirati una leva negoziale e commerciale di peso crescente.
