Un rapporto di Deutsche Bank pubblicato questa settimana individua nel conflitto in corso in Iran un potenziale punto di rottura per il sistema del petrodollaro, l’architettura finanziaria che dal 1974 lega le monarchie del Golfo agli Stati Uniti. La ricercatrice Mallika Sachdeva scrive che “l’importanza strategica del Medio Oriente per il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale non dovrebbe essere sottovalutata” e che “il conflitto attuale potrebbe mettere alla prova le fondamenta del regime del petrodollaro”. Non è un’analisi di scenario astratta: riguarda i meccanismi concreti attraverso cui Washington finanzia il proprio debito a tassi agevolati.
Come funziona il sistema e perché regge da cinquant’anni
Il petrodollaro nacque nel 1974 da un accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita: Riad si impegnò a prezzare il petrolio in dollari e a reinvestire i proventi in titoli del Tesoro americano, in cambio di garanzie di sicurezza da Washington. Da allora il meccanismo si è esteso agli altri stati del Golfo, che ancorano le proprie valute al dollaro e acquistano Treasury in grandi quantità.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti figurano tra i venti maggiori detentori di titoli di Stato americani, con circa 250 miliardi di dollari complessivi. Questo flusso costante di domanda tiene i rendimenti più bassi di quanto sarebbero altrimenti, permettendo agli Stati Uniti e ai loro cittadini di indebitarsi a costi inferiori rispetto ad altri paesi. Il sistema, in sintesi, consente a Washington di spendere più di quanto incassa senza pagarne immediatamente le conseguenze sul mercato obbligazionario.
La base dell’accordo è sempre stata la sicurezza. Gli Stati Uniti garantivano protezione militare alle infrastrutture energetiche del Golfo e la libertà di navigazione negli stretti cruciali per il transito del greggio. In cambio, i petrodollari tornavano a finanziare il debito americano.
La guerra in Iran e le crepe nella garanzia di sicurezza
Il conflitto attuale incide direttamente su questa premessa. L’Iran ha di fatto assunto il controllo dello Stretto di Hormuz, determinando quali navi possano transitare. Garantire la libertà di navigazione in acque strategiche è uno degli argomenti centrali con cui Washington giustifica il proprio ruolo di potenza globale. La perdita di controllo su Hormuz erode quella credibilità.
Lo stesso presidente Trump ha messo in discussione pubblicamente la responsabilità americana nello stretto, affermando che gli Stati Uniti non dipendono da quelle rotte e che Europa, Giappone, Corea del Sud e Cina dovrebbero farsi carico della loro sicurezza. È una posizione che, se consolidata, sposta i termini dell’accordo implicito su cui il petrodollaro è costruito.
Deutsche Bank avverte che eventuali danni alle economie del Golfo potrebbero spingere questi paesi a ridurre le proprie riserve in dollari. Nel frattempo, la Cina — già primo acquirente del petrolio iraniano e saudita — ha ampliato le proprie importazioni energetiche dalla Russia pagando in yuan e rubli dopo le sanzioni occidentali seguite all’invasione dell’Ucraina. Il modello esiste già, e funziona su volumi significativi.
Il petroyuan come scenario di medio termine
Deutsche Bank non prevede un collasso immediato del sistema. Le ipotesi sul declino del petrodollaro circolano da anni senza concretizzarsi. Tuttavia, il rapporto identifica nel conflitto iraniano un possibile “catalizzatore dell’erosione della dominanza del petrodollaro e dell’avvio del petroyuan”.
Il nodo è strutturale: gli Stati Uniti sono oggi energeticamente indipendenti e importano poco dal Golfo, il che riduce il loro incentivo a mantenere costosi impegni di sicurezza nella regione. Ma il dollaro come valuta di riserva dipende ancora dall’architettura medio-orientale costruita cinquant’anni fa. Se quella architettura si allenta, le conseguenze non riguardano solo i prezzi del petrolio, ma il costo a cui gli Stati Uniti possono finanziarsi sul mercato internazionale.
