A venticinque giorni dall’inizio del conflitto, gli Stati Uniti dichiarano aperta una finestra negoziale con l’Iran. Trump ha confermato martedì che trattative sono in corso, citando un gesto di buona fede iraniano legato ai flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Wti è sceso sotto i 89 dollari al barile sulla notizia. Sul fronte opposto, il Pentagono ha contestualmente ordinato il dispiegamento di circa 2.000 soldati della divisione aerotrasportata 82esima nel Medio Oriente, segnalando che Washington non ha rinunciato all’opzione militare. Il quadro resta quindi frammentato: colloqui esplorativi da un lato, escalation militare e pressioni di mercato dall’altro.
Trattative in corso, ma con contorni incerti
La Casa Bianca ha confermato che l’inviato speciale Steve Witkoff, Jared Kushner, il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance sono tutti coinvolti nei contatti con Teheran. Secondo Axios, gli Stati Uniti e un gruppo di mediatori regionali stavano valutando martedì la possibilità di organizzare colloqui di alto livello con l’Iran già giovedì, in attesa di una risposta da Teheran. Il New York Times ha riferito che Washington ha consegnato tramite il Pakistan una proposta in quindici punti per concludere il conflitto, senza che fosse chiaro chi l’avesse ricevuta né quale fosse la reazione iraniana.
Trump ha ribadito che il punto di partenza inamovibile per qualsiasi accordo è l’impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, condizione già al centro del precedente accordo del 2015 dal quale Washington si era ritirata nel 2018. Sul versante iraniano le posizioni restano contraddittorie: il ministero degli Esteri ha confermato di aver ricevuto richieste di colloquio attraverso mediatori, ma il vicepresidente del parlamento ha escluso qualsiasi negoziato con Trump, definendolo interlocutore inaffidabile. Teheran ha inoltre nominato un veterano dei Guardiani della Rivoluzione, Mohammad-Bagher Zolghadr, come nuovo responsabile della sicurezza nazionale, in sostituzione di Ali Larijani, ucciso in un attacco israeliano la settimana scorsa.
Lo Stretto di Hormuz e i costi economici del conflitto
Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, canale di transito per circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali, è quasi completamente fermo dall’inizio delle ostilità. Teheran ha iniziato a imporre pedaggi alle navi commerciali in transito, consolidando di fatto il proprio controllo sullo snodo energetico più importante al mondo. Martedì una nave thailandese ha attraversato lo stretto, evento segnalato dall’agenzia iraniana Tasnim e ricollegato da Trump al gesto di buona fede di Teheran.
In casa, il presidente americano affronta un consenso interno fragile: il prezzo della benzina è salito ogni giorno dall’inizio del conflitto, la serie positiva più lunga dal maggio 2022 secondo i dati dell’American Automobile Association. I mercati obbligazionari hanno reagito in modo discontinuo: i Treasury hanno recuperato parte delle perdite di giornata dopo che il canale israeliano Channel 12 ha riferito che Washington starebbe chiedendo un cessate il fuoco di un mese per consentire le trattative. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, nel frattempo, hanno irrigidito le proprie posizioni verso Teheran e Riyad ha comunicato agli Usa la disponibilità a colpire l’Iran in caso di attacchi alle proprie infrastrutture critiche.
Il ruolo dei mediatori regionali
Pakistan, India, Turchia, Oman ed Egitto si sono attivati sul fronte diplomatico. Il premier pakistano Sharif ha offerto pubblicamente la propria mediazione, post condiviso dallo stesso Trump senza commento esplicito. Il premier indiano Modi ha sottolineato l’interesse di Nuova Delhi alla libera navigazione nello stretto, via cruciale per le importazioni energetiche del paese. Israele ha incaricato Ron Dermer di monitorare i negoziati per tutelare gli interessi di Tel Aviv, mentre il premier Netanyahu, secondo il New York Times, avrebbe spinto Trump a proseguire la campagna militare.
Il conflitto ha causato finora oltre 4.350 vittime, tre quarti delle quali in Iran. Il numero di morti in Libano, teatro delle operazioni israeliane contro Hezbollah, ha superato mille. Con negoziati ancora privi di struttura formale e richieste iraniane — tra cui riparazioni e garanzie di non aggressione future — ritenute non accettabili da Washington e Tel Aviv, la strada verso un accordo appare lunga.
