Israele e i Paesi del Golfo verso un piano Marshall per il Medio Oriente

Mentre i conflitti continuano a colpire infrastrutture e popolazioni in tutta la regione, cresce tra esperti e policy maker la convinzione che la stabilizzazione del Medio Oriente passi anche attraverso strumenti di sviluppo economico e finanziamento internazionale. In questo contesto, Zafrir Asaf, presidente di SID Israel, l’organizzazione ombrello della comunità israeliana di sviluppo internazionale, propone un’iniziativa multilaterale modellata sul Piano Marshall del dopoguerra europeo. L’idea prevede una coalizione tra Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, con il supporto delle principali banche di sviluppo internazionale, per costruire infrastrutture stabili nei paesi in via di sviluppo della regione e oltre.

Obiettivi condivisi tra Israele e gli Stati del Golfo

Una ricerca condotta da Asaf insieme a Lior Dabush ha rilevato che Israele e i principali paesi del Golfo, pur differendo nelle dimensioni degli investimenti nel cosiddetto Sud globale, condividono obiettivi geopolitici simili e tendono a concentrarsi sugli stessi settori: sicurezza alimentare, sanità e innovazione tecnologica. Entrambi fanno ampio affidamento su istituzioni finanziarie multilaterali come la Banca Mondiale e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo.

Questi orientamenti restano centrali nella politica estera dei paesi del Golfo. La Islamic Development Bank guida il Lives and Livelihoods Fund, con la partecipazione di UAE, Qatar e della Fondazione Gates. Un’altra iniziativa congiunta tra UAE e Gates Foundation promuove tecnologie agricole per i piccoli agricoltori nei paesi in sviluppo. Negli ultimi mesi, Arabia Saudita ed Emirati hanno annunciato impegni di investimento miliardari in Africa, sia in modo diretto sia tramite la Banca Africana di Sviluppo.

Sul fronte americano, nonostante lo smantellamento dell’agenzia USAID, l’amministrazione Trump ha mantenuto un sostegno politico e finanziario alle istituzioni multilaterali di sviluppo, aumentando di oltre tre volte la dotazione di capitale alla Development Finance Corporation (DFC). Nei prossimi anni, la DFC dovrebbe investire circa 200 miliardi di dollari in progetti nei paesi in via di sviluppo, a sostegno degli obiettivi di politica estera americana e degli interessi economici statunitensi.

Il contributo israeliano oltre la tecnologia

La tecnologia è spesso citata come il principale apporto che Israele potrebbe offrire a un’iniziativa di questo tipo. Asaf avverte però che l’esportazione tecnologica da sola non è sufficiente: perché i progetti funzionino, Israele deve essere un partner reale anche nella pianificazione e nel finanziamento, con impegni misurabili da parte di tutti i partecipanti.

Israele dispone di un ecosistema più ampio: aziende con esperienza in progetti infrastrutturali nei paesi in sviluppo, organizzazioni della società civile specializzate nell’assistenza umanitaria in situazioni di crisi, e professionisti capaci di adattare l’innovazione ai contesti difficili. Tali competenze potrebbero essere messe a sistema in modo progressivo: prima in Giordania, Egitto, Pakistan e Africa, poi in Siria e Libano, e in prospettiva anche in aree oggi coinvolte in conflitti attivi come Yemen e Afghanistan.

Sviluppo internazionale come strumento strategico

Il punto centrale della proposta è che la cooperazione allo sviluppo non è filantropia, ma uno strumento di politica estera con ricadute dirette sulla stabilità regionale. La capacità di costruire quelli che Asaf chiama “corridoi di resilienza” insieme ai partner del Golfo e agli Stati Uniti potrebbe diventare un metro di giudizio per Israele tanto quanto le sue capacità militari.

L’iniziativa rimane per ora una proposta elaborata da un esponente della comunità dello sviluppo internazionale israeliana, senza ancora una traduzione istituzionale formale. Tuttavia, il contesto geopolitico — con gli accordi di Abramo che hanno aperto canali di cooperazione tra Israele e paesi arabi del Golfo, e con Washington che continua a sostenere le istituzioni finanziarie multilaterali — rende lo scenario plausibile sul piano operativo. La distanza tra proposta e attuazione dipenderà in larga misura dagli sviluppi diplomatici e dall’esito dei conflitti in corso.

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