Guerra Iran-USA: attacchi alle infrastrutture energetiche e accuse di violazione del diritto internazionale

Dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, almeno 40 asset energetici distribuiti in nove paesi hanno subito danni gravi, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia. Trump ha minacciato di colpire il campo gasifero di South Pars e le centrali elettriche iraniane se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz. L’Iran, a sua volta, ha attaccato infrastrutture energetiche in Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Oman, Iraq e Israele. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha condannato gli attacchi iraniani ai vicini del Golfo, mentre l’OMS ha definito il conflitto in una “fase pericolosa” e ha chiesto moderazione.

Le accuse di crimine di aggressione

Luis Moreno Ocampo, primo procuratore capo della Corte Penale Internazionale, ha dichiarato alla BBC che la guerra contro l’Iran configura un crimine di aggressione ai sensi del diritto internazionale. La definizione, contenuta nello Statuto di Roma che ha istituito la CPI, riguarda l’uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato. Moreno Ocampo ha esteso la valutazione anche agli attacchi iraniani contro i paesi del Golfo che non avevano attaccato Teheran, inquadrandoli nella stessa categoria giuridica.

Le minacce di Trump di bombardare le centrali elettriche iraniane hanno sollevato un problema specifico di diritto internazionale umanitario. Lo Statuto di Roma definisce crimine di guerra il fatto di “dirigere intenzionalmente attacchi contro oggetti civili che non sono obiettivi militari”. Brian Finucane, ex legale del Dipartimento di Stato, ha dichiarato che sarebbe difficile qualificare come leciti attacchi del genere, aggiungendo che Trump “è disposto a colpire obiettivi non palesemente leciti dal punto di vista militare”. La Casa Bianca ha respinto le accuse di Moreno Ocampo definendole “ridicole” e ha sostenuto che le infrastrutture iraniane, usate per reprimere la popolazione e sviluppare capacità nucleari, diventano obiettivi legittimi.

Lo Stretto di Hormuz e le ricadute sul Golfo

La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha reso evidente la vulnerabilità dei flussi energetici globali che transitano dal Golfo Persico. Trump ha condizionato la rinuncia alle minacce contro le centrali elettriche alla riapertura dello stretto, salvo poi annunciare lunedì un rinvio di cinque giorni, citando negoziati in corso che i funzionari iraniani hanno smentito. Gli attacchi iraniani alle infrastrutture dei paesi del Golfo — tra cui Qatar, Emirati e Arabia Saudita — hanno colpito nodi energetici regionali di rilevanza internazionale. Missili sono caduti anche in prossimità di impianti nucleari sia in Iran sia in Israele, aggravando le preoccupazioni sulla sicurezza nucleare.

L’ordine internazionale sotto pressione

Il conflitto ha riacceso il dibattito sulla tenuta del sistema di regole internazionali costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Brian Katulis, ex funzionario per la sicurezza nazionale sotto amministrazioni sia democratiche sia repubblicane, ha descritto il momento come una fase in cui “la giungla è ricresciuta”, con le minacce americane sulle infrastrutture energetiche che trasmettono un segnale di permissivismo agli altri attori globali. Katulis ha anche attribuito la difficoltà degli Stati Uniti nel formare una coalizione per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz a una perdita di fiducia da parte degli alleati. La Casa Bianca ha risposto che Trump ha riportato gli USA al ruolo di potenza dominante e che i predecessori, pur dichiarandosi impegnati a contenere l’Iran, non avevano prodotto risultati concreti in 47 anni.

Il quadro giuridico rimane irrisolto: USA, Israele e Iran non aderiscono alla CPI, e l’amministrazione Trump ha già sanzionato alcuni giudici della corte in risposta a precedenti indagini. L’assenza di un meccanismo di applicazione universale lascia aperta la questione su chi, se mai, potrà essere chiamato a rispondere degli attacchi alle infrastrutture civili nel corso di questo conflitto.

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