Guerra in Medio Oriente: previsto un calo del 25-30% nei flussi turistici regionali

Il conflitto in Medio Oriente sta ridisegnando i flussi turistici globali con effetti che si estenderanno ben oltre la durata delle ostilità. Secondo le analisi presentate durante il webinar “The Middle East outlook” organizzato da Tourism Economics e The Bench, i mercati dell’ospitalità che dipendono dalla domanda internazionale inbound registreranno pressioni significative per tutto il 2026. David Goodger, managing director EMEA di Tourism Economics, ha rivisto al ribasso le previsioni per la regione: invece della crescita del 13% attesa prima della crisi, si profila ora un calo tra il 25% e il 30%, con una perdita stimata di 56 miliardi di dollari in ricavi turistici.

Rotte aeree e hub regionali sotto pressione

Il nodo più complesso non riguarda solo la percezione di sicurezza da parte dei viaggiatori, ma la ristrutturazione delle rotte aeree. Gli hub del Medio Oriente svolgono un ruolo cardine nell’aviazione globale, e le deviazioni imposte dal conflitto producono effetti a cascata su destinazioni lontane dalla regione. British Airways ha già ridotto i voli verso l’area, spostando capacità verso l’Asia-Pacifico. Goodger stima che la perturbazione delle rotte metta a rischio il 3% dei flussi verso il Nord America, il 4% verso l’Europa, l’8% verso l’Asia-Pacifico e il 14% verso l’Africa. Le destinazioni africane potrebbero subire una riduzione del 10% nelle notti di pernottamento. Australia e Regno Unito appaiono tra i mercati più esposti: rispettivamente il 18% e il 12% dei loro flussi di viaggio dipendono da connessioni che transitano per la regione. I costi del carburante più elevati e i tempi di volo allungati mettono a rischio fino al 21% delle notti internazionali nell’area Asia-Pacifico. Jonathan Worsley, chairman di The Bench, ha sottolineato come i viaggiatori siano oggi più consapevoli dei corridoi aerei rispetto al passato, e come il ripristino di una rotta soppressa richieda tempi lunghi.

Chi perde e chi guadagna nel riposizionamento dei flussi

Il turismo non scompare: si sposta. L’Europa meridionale, in particolare Italia e Spagna, è indicata tra i principali beneficiari indiretti, grazie all’elevata percezione di sicurezza. Anche alcune destinazioni nordafricane — Egitto, Marocco, Tunisia — potrebbero assorbire parte della domanda dirottata, pur con un’esposizione diretta ai flussi GCC che rappresenta un fattore di rischio. Istanbul e Addis Abeba sono citate come hub alternativi in grado di intercettare traffico ridistribuito. Il turismo cinese outbound, storicamente più prudente di fronte all’instabilità geopolitica, si conferma orientato verso una logica di regionalizzazione. In Europa, la spesa per i viaggi leisure si attesta stabilmente attorno all’11% del reddito disponibile, un livello invariato negli ultimi quattro anni, ma i consumatori cercano sempre più valore e risparmio sulle strutture ricettive.

Il settore alberghiero mantiene le tariffe

Sul fronte delle strategie di risposta, i panelisti concordano su un punto rilevante: il settore alberghiero non dovrebbe ricorrere al taglio delle tariffe medie giornaliere. La lezione appresa durante la pandemia da Covid-19 — quando le ADR non furono abbattute nonostante il crollo della domanda — è considerata applicabile anche all’attuale contesto. La tenuta dei prezzi protegge i margini operativi e preserva il posizionamento delle strutture nel medio termine.

Se il conflitto si manterrà nei due mesi ipotizzati dagli analisti, gli effetti sull’ospitalità e sull’aviazione si prolungheranno fino a nove o dieci mesi. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo dovrà puntare sul traffico long-haul per sostenere la ripresa: nel 2025, solo il 32% del traffico era internazionale inbound, la componente su cui si concentra oggi la maggiore incertezza. Il settore attendeva il 2026 come anno di consolidamento dopo il rimbalzo post-pandemico. I numeri attuali restituiscono uno scenario più complicato.

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