Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno trasmesso un messaggio chiaro all’amministrazione Trump nelle ultime settimane: qualunque accordo con Teheran che lasci intatto il suo arsenale missilistico e di droni equivarrebbe a una sconfitta per l’intero Golfo. I due paesi, tra i principali produttori mondiali di petrolio, stanno subendo attacchi alle proprie infrastrutture energetiche da quando il conflitto è esploso. La loro posizione divide il Consiglio di Cooperazione del Golfo: Qatar e Oman preferirebbero una soluzione diplomatica immediata, ritenendo che la guerra stia già producendo danni superiori ai benefici attesi.
Il Golfo nel mirino dell’Iran
La strategia iraniana nel conflitto ha puntato a colpire le infrastrutture energetiche dei vicini del Golfo — raffinerie, oleodotti, impianti di desalinizzazione — con l’obiettivo di erodere la loro reputazione di zone sicure per gli investimenti e di far salire il prezzo del petrolio fino a generare pressione politica su Washington. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha amplificato l’impatto sui mercati globali dell’energia. Riyadh e Abu Dhabi si trovano così in una posizione paradossale: subiscono i danni del conflitto pur non avendolo voluto.
Il ministro degli Esteri emiratino, Sheikh Abdullah bin Zayed, ha risposto agli attacchi su X con una dichiarazione diretta: “Non ci faremo mai ricattare dai terroristi”. Il consigliere presidenziale Anwar Gargash ha aggiunto che gli attacchi produrranno l’effetto opposto a quello desiderato da Teheran, avvicinando ulteriormente Abu Dhabi agli Stati Uniti. Poche ore dopo quelle dichiarazioni, Trump ha rinunciato alla minaccia di bombardare le infrastrutture elettriche iraniane e ha aperto a negoziati con Teheran — una mossa accolta con sollievo nei capitali del Golfo, ma anche con diffidenza.
Il precedente degli Houthi e il timore di un accordo affrettato
La preoccupazione principale di Riyadh e Abu Dhabi non riguarda l’escalation in sé, ma il suo contrario: un cessate il fuoco prematuro che ripeta lo schema già visto in Yemen. Nel 2024 Trump aveva condotto una campagna aerea di circa un mese contro i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran, dichiarando vittoria e ritirandosi mentre il movimento restava sostanzialmente operativo. “L’ha fatto con gli Houthi e può farlo di nuovo”, ha detto una fonte del Golfo interpellata sulla questione.
I due paesi avevano inizialmente sconsigliato un attacco all’Iran, ma una volta avviato il conflitto hanno cambiato posizione: se la guerra deve esserci, sostengono, deve concludersi con lo smantellamento delle capacità offensive iraniane, in particolare dei missili balistici e dei droni che hanno colpito le loro infrastrutture nelle ultime settimane. Lasciare l’Iran con quelle capacità intatte, pur dopo la morte dell’Ayatollah Khamenei, significherebbe consegnare al nuovo leader — il figlio Mojtaba, che ha ereditato la guida suprema dopo l’uccisione del padre in un attacco israeliano — sia le armi che il movente per usarle.
Il paragone evocato nelle discussioni diplomatiche è con la crisi di Suez del 1956: una vittoria del presidente egiziano Nasser contro tre potenze militari che aveva trasformato una sconfitta tattica in un trionfo politico generazionale. È questo scenario che i paesi del Golfo vogliono evitare.
Una frattura interna al Consiglio del Golfo
Non tutti i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo condividono questa posizione. Qatar e Oman, tradizionalmente più inclini alla mediazione con Teheran, ritengono che il conflitto avrebbe dovuto essere evitato e che prolungarlo produca rischi crescenti a fronte di ritorni decrescenti. Doha, che ospita una delle più grandi basi militari americane nella regione, ha interessi specifici nel mantenere canali di comunicazione aperti con l’Iran.
La divisione riflette posture storiche consolidate: mentre Arabia Saudita ed Emirati hanno visto nell’Iran una minaccia diretta alla propria stabilità interna e alle proprie infrastrutture, altri stati del Golfo hanno preferito gestire la rivalità con strumenti diplomatici. Il conflitto in corso sta rendendo più difficile mantenere entrambe le posizioni contemporaneamente.
La variabile decisiva resta Washington. I paesi del Golfo possono esprimere preferenze e avvertimenti, ma la scelta sui tempi e le condizioni di un eventuale accordo appartiene all’amministrazione Trump. E la storia recente suggerisce che quella scelta potrebbe arrivare con poco preavviso.
