Il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz è crollato del 95 percento rispetto ai livelli ordinari tra il 1° e il 19 marzo. I dati della società di analisi Kpler registrano appena 116 attraversamenti nel periodo, a fronte di una media in tempo di pace che normalmente supera i duemila. Il blocco di fatto imposto dall’Iran — dopo i raid statunitensi e israeliani del 28 febbraio — ha innescato una risposta diplomatica collettiva: oltre venti paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta diffusa dal ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, condannando le azioni di Teheran e dichiarandosi pronti a intervenire per garantire la libertà di navigazione.
La dichiarazione congiunta e i firmatari
Il documento porta la firma di UAE, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Giappone, Canada, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Slovenia, Estonia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Bahrain, Lituania e Australia. La dichiarazione richiama esplicitamente la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e la Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, inquadrando le interferenze iraniane al traffico marittimo come una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.
I firmatari chiedono una moratoria immediata sugli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas, e indicano come priorità il ripristino delle condizioni operative lungo la rotta. La dichiarazione accoglie inoltre la decisione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di autorizzare il rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio, annunciando ulteriori misure per stabilizzare i mercati energetici, inclusa la trattativa con alcuni paesi produttori per aumentare la produzione.
Impatto sull’energia e sulle catene di approvvigionamento
Lo Stretto di Hormuz è il canale attraverso cui transita normalmente circa il 20 percento dell’offerta mondiale di petrolio e gas naturale. Il crollo quasi totale dei passaggi registrato a marzo ha già spinto i prezzi dell’energia su livelli sensibilmente più alti, con ripercussioni che i firmatari della dichiarazione definiscono globali e particolarmente gravi per le economie più vulnerabili.
Gli attacchi iraniani hanno colpito sia navi commerciali non armate sia infrastrutture energetiche nei paesi del Golfo. Il contesto è quello dell’escalation seguita ai bombardamenti americani e israeliani su territorio iraniano: Teheran ha risposto con strike sui vicini del Golfo e con l’interruzione sistematica del traffico nello Stretto, di fatto trasformando una delle arterie energetiche più critiche del pianeta in una zona ad alto rischio operativo.
La dichiarazione sottolinea che i paesi firmatari lavoreranno anche attraverso le Nazioni Unite e le istituzioni finanziarie internazionali per sostenere i paesi più colpiti dalla crisi.
Riflessi per Dubai e gli Emirati
Gli Emirati Arabi Uniti sono tra i firmatari della dichiarazione e ne hanno curato la diffusione ufficiale. La posizione geografica di Dubai — al centro dei flussi commerciali tra Asia, Europa e Africa — rende il paese direttamente esposto a qualsiasi prolungata interruzione del traffico attraverso Hormuz. L’hub portuale di Jebel Ali, tra i più trafficati al mondo, dipende dalla stabilità di quella rotta per garantire continuità alle catene logistiche regionali e globali.
La disponibilità dei paesi firmatari a sostenere operazioni di scorta navale e la pressione diplomatica collettiva su Teheran indicano che la comunità internazionale considera la riapertura dello Stretto una priorità condivisa, non solo un interesse regionale. Le tappe successive — sul piano diplomatico, militare e dei mercati energetici — dipenderanno in larga misura dall’evoluzione del conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti.
