Da quando i missili iraniani hanno cominciato a cadere sugli Emirati Arabi Uniti, le autorità del paese non si sono limitate a intercettarli con i sistemi di difesa aerea. Hanno avviato in parallelo una campagna di controllo dell’informazione online, con centinaia di arresti per violazioni delle leggi sui reati informatici legate alla pubblicazione di video e contenuti sui social media. Il bilancio aggiornato parla di 189 persone fermate dall’inizio del conflitto, fra cui cittadini europei e asiatici. La stretta arriva mentre alcune aziende tecnologiche americane e operatori turistici cominciano a ridurre la propria presenza nella regione.
Le accuse e le pene previste
Il 15 marzo, il procuratore generale degli Emirati ha disposto il rinvio a giudizio accelerato di 35 persone per aver pubblicato sui social media contenuti definiti “fuorvianti” riguardo agli attacchi missilistici iraniani. Il procuratore generale Hamad Saif Al Shamsi ha dichiarato che filmare e condividere immagini dei raid può “indurre panico nella popolazione” e dare “una falsa impressione della situazione reale del paese”. Il venerdì precedente, la polizia di Abu Dhabi aveva reso noti 109 fermi per “riprese di luoghi ed eventi” e diffusione di “informazioni imprecise”.
Le sanzioni previste dalla legge emiratina sui reati informatici sono significative: fino a due anni di carcere, multe comprese fra 20.000 e 200.000 dirham (tra 5.400 e 54.400 dollari), o entrambe le pene. Per i cittadini stranieri si aggiunge il rischio di espulsione. La norma si applica non solo a chi pubblica contenuti originali, ma anche a chi li ricondivide su piattaforme social o li inoltra tramite app di messaggistica. Radha Stirling, CEO di Detained in Dubai, organizzazione che assiste stranieri detenuti negli Emirati, segnala che arresti analoghi si sono verificati anche in Kuwait, Qatar e Arabia Saudita.
Il modello di attrattività messo alla prova
Gli Emirati hanno costruito negli ultimi anni un’immagine precisa: destinazione sicura, fiscalmente vantaggiosa, aperta agli affari globali e al turismo di lusso. Quella reputazione è stata coltivata anche attraverso una rete strutturata di influencer, cui lo stato ha offerto visti decennali, esenzione fiscale e accesso a eventi di alto profilo. A gennaio, il summit annuale “1 Billion Followers” ha visto la partecipazione di personalità come MrBeast e Will Smith. In quella sede il governo ha esteso il programma Golden Visa ai principali creator digitali.
Il conflitto con l’Iran ha messo sotto pressione questo modello. Dall’inizio della guerra, il ministero della Difesa emiratino dichiara di aver intercettato 334 missili balistici, 15 missili da crociera e 1.714 droni. Gli attacchi hanno causato 8 morti e 158 feriti. Ma i danni all’immagine del paese sono più difficili da quantificare. L’ambasciata britannica ha avvertito i propri cittadini di non riprendere né pubblicare immagini dei danni provocati dai missili. Un turista di 60 anni sarebbe stato incriminato il 9 marzo nonostante avesse cancellato il video pochi istanti dopo essere stato invitato a farlo dalle autorità.
Controllo della narrazione e autocensura
Il governo ha adottato anche misure di comunicazione attiva per proiettare un senso di normalità. Il presidente Sheikh Mohamed bin Zayed al-Nahyan è apparso in un caffè del Dubai Mall, fianco a fianco con il ministro della Difesa, in immagini diffuse dalla stampa di stato. Diversi influencer hanno pubblicato video in cui descrivono la vita quotidiana come invariata, alimentando un filone di contenuti rassicuranti la cui spontaneità è stata messa in discussione da più osservatori.
Cathryn Grothe, analista di Freedom House, avverte che le restrizioni sui contenuti rischiano di distorcere l’informazione disponibile e di incentivare una diffusa autocensura. “Le persone danno per scontato che se un contenuto è già ampiamente condiviso o pubblicato dai media, sia lecito commentarlo o ricondividerlo”, spiega Stirling. “Negli Emirati, questa assunzione può essere estremamente pericolosa.” La regolamentazione si innesta su un quadro normativo preesistente che già imponeva agli influencer professionisti il rinnovo annuale delle licenze e requisiti di “buona condotta”.
