La guerra in corso nel Golfo Persico sta interrompendo i flussi di carburante raffinato verso l’Africa, e diversi paesi del continente si stanno rivolgendo alla raffineria di Aliko Dangote, il miliardario nigeriano che gestisce l’impianto da 650.000 barili al giorno costruito alla periferia di Lagos. Ghana, Sudafrica e Kenya hanno già manifestato interesse ad acquistare prodotti raffinati dall’impianto. La struttura, costata circa 20 miliardi di dollari e avviata nel 2024 dopo anni di ritardi e sforamenti di budget, ha già trasformato la posizione della Nigeria sul mercato energetico regionale, eliminando la necessità di esportare greggio per poi reimportarlo raffinato a prezzi più elevati.
Il Golfo fuori dai giochi, l’Africa cerca alternative
Per decenni, molti paesi africani hanno dipeso dalle grandi raffinerie del Golfo Persico per soddisfare il fabbisogno interno di benzina e gasolio. Il conflitto in corso ha modificato questa dinamica in modo rapido. Il Kuwait ha dovuto chiudere alcune unità della raffineria di Al Ahmadi dopo una serie di attacchi. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno intercettato missili e droni, ma l’instabilità della regione pesa sulle forniture. L’Iran ha continuato a colpire anche dopo che Israele aveva segnalato l’intenzione di non attaccare le infrastrutture energetiche iraniane, rendendo più difficile prevedere la durata e l’intensità del conflitto.
In questo contesto, la raffineria Dangote rappresenta l’alternativa più vicina e strutturata disponibile sul continente. Secondo Dangote stesso, intervistato dall’Economist, la crisi attuale “non riguarda i prezzi, ma la disponibilità” di carburante. La capacità produttiva dell’impianto supera la domanda interna nigeriana di circa un quarto, quota che può essere destinata all’export. Tuttavia, gli esperti del settore sottolineano che questo margine non è sufficiente a colmare il deficit complessivo di approvvigionamento dell’Africa subsahariana.
Razionamenti e piani di emergenza
Mentre i governi cercano accordi di fornitura alternativi, alcuni paesi stanno già adottando misure di contenimento dei consumi. L’Etiopia ha invitato i cittadini a usare il carburante con parsimonia e ha annunciato che i mezzi di trasporto pubblico avranno priorità nell’accesso alle forniture. In Sudafrica, la società mineraria Exxaro ha avviato misure interne per garantire il funzionamento dei propri veicoli e impianti operativi.
La situazione è aggravata dall’assenza di riserve strategiche adeguate nella maggior parte dei paesi della regione. Senza scorte sufficienti, la finestra temporale disponibile per trovare fornitori alternativi prima che si manifestino carenze al consumo è ridotta. Il problema non riguarda soltanto la logistica: le infrastrutture portuali e di distribuzione in molti paesi africani sono poco attrezzate per gestire volumi importati su nuove rotte in tempi rapidi.
In questo scenario, la raffineria nigeriana si trova in una posizione commercialmente vantaggiosa. La concorrenza tra acquirenti per assicurarsi quote di prodotto raffinato tende a sostenere i margini del venditore, indipendentemente dall’andamento del prezzo del greggio.
Una trasformazione strutturale ancora parziale
L’entrata in funzione della raffineria Dangote ha già modificato in modo concreto il mercato energetico nigeriano, rendendo il paese meno dipendente dalla lavorazione estera del proprio petrolio. Ma la crisi attuale ne evidenzia anche i limiti: un solo impianto, per quanto grande, non può riequilibrare da solo le dipendenze strutturali di un intero continente.
Il conflitto nel Golfo accelera una riflessione già in corso sulla necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico in Africa. Investimenti in capacità di raffinazione locale, riserve strategiche nazionali e infrastrutture di distribuzione restano carenze sistemiche che nessuna singola raffineria può colmare. Nel breve periodo, però, Lagos è diventata una delle destinazioni più rilevanti per chi cerca carburante nel continente.
