A tre settimane dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il mercato petrolifero mostra una frattura crescente tra i prezzi dei futures e quelli del greggio fisico. Il Brent è salito di oltre il 50% a circa 112 dollari al barile, trainato dalla quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz e dagli attacchi alle infrastrutture energetiche regionali. Ma i prezzi dei prodotti raffinati — benzina, diesel e cherosene — salgono ancora più velocemente. Il carburante per aerei ha superato i 200 dollari al barile. Il divario tra mercati finanziari e forniture reali riflette una pressione inflazionistica più intensa di quanto i futures lascino intuire.
Hormuz strozzata, l’Asia cerca greggio ovunque
Il punto di rottura è lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Goldman Sachs stima che il conflitto stia influenzando circa 17 milioni di barili al giorno di flussi dal Golfo Persico. I raffinatori asiatici, principali acquirenti mondiali di greggio, si trovano a pagare premi elevatissimi sul Brent per assicurarsi carichi alternativi. Il greggio omanita ha superato i 162 dollari al barile, il Murban degli Emirati Arabi Uniti ha toccato i 145 dollari. Nel tentativo di sostituire i flussi mediorientali, i compratori asiatici hanno acquistato quantitativi di petrolio americano ai massimi degli ultimi tre anni.
Questa pressione sul fisico non si scarica uniformemente. Le compagnie di navigazione hanno aggiunto sovrapprezzi sul carburante, mentre i grandi acquirenti di bunker marino stanno rinviando gli ordini a causa della volatilità dei prezzi. In Europa, alcune compagnie aeree hanno cancellato voli e annunciano il trasferimento dei costi aggiuntivi sui passeggeri. In Germania, un distributore di gasolio da riscaldamento riferisce che i clienti acquistano “solo quando strettamente necessario”. Negli Stati Uniti, la benzina al dettaglio si avvicina ai 4 dollari al gallone, il diesel ha già superato i 5.
Washington esaurisce le leve disponibili
Il governo americano ha tentato di contenere i prezzi attraverso più canali. Ha annunciato rilasci di riserve strategiche, ipotizzato una revoca parziale delle sanzioni sull’Iran — notizia che ha lasciato i trader disorientati — e non ha smentito del tutto voci di interventi sui mercati futures, che il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha comunque escluso. Goldman Sachs e Citigroup avvertono che, se il conflitto prosegue, i futures potrebbero superare il record del 2008 di 147,50 dollari. Christof Ruhl, ex economista di BP e oggi consulente di Crystol Energy, è diretto: “Gli Stati Uniti hanno quasi esaurito l’arsenale per bloccare il rialzo dei prezzi. Se lo Stretto non viene riaperto, non c’è molto che possano fare.”
Jeff Currie, chief strategy officer di Carlyle Group, descrive la situazione come “un enorme shock dell’offerta”, con i mercati carta ormai del tutto disconnessi da quelli fisici. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito questa la più grande interruzione dell’offerta petrolifera mai registrata, una valutazione che si riflette nella pressione crescente su banche centrali e sull’amministrazione Trump in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
Nessun segnale di allentamento del conflitto
Sul fronte diplomatico, le prospettive di una riapertura di Hormuz restano remote. Secondo fonti coinvolte in contatti diretti con Teheran, i funzionari iraniani non sono attualmente disponibili a discutere la questione, concentrati sulla gestione militare del conflitto. RBC Capital Markets osserva che nulla indica un’operazione di breve durata, nonostante le rassicurazioni dell’amministrazione americana ai mercati.
Il conflitto è entrato nella sua quarta settimana senza segnali di de-escalation. Le infrastrutture energetiche della regione continuano a subire danni. Fino a quando lo Stretto rimarrà bloccato, la frattura tra prezzi finanziari e prezzi reali del petrolio è destinata ad ampliarsi, con conseguenze dirette su trasporti, logistica e inflazione globale.
