Il tasso di occupazione degli hotel di Dubai è sceso intorno al 20%. Il Souq Waqif di Doha è quasi deserto. Le gare di Formula 1 in Bahrain e Arabia Saudita del mese prossimo sono state cancellate. Emirates, Qatar Airways ed Etihad hanno sospeso numerose rotte. L’Australia ha emesso l’avviso di viaggio più restrittivo per undici paesi della regione. Sono i segnali immediati di una crisi che il settore turistico del Golfo si trova ad affrontare per la prima volta in modo diretto, dopo decenni di crescita quasi ininterrotta costruita attorno a un’immagine di stabilità e lusso accessibile.
Un modello costruito sulla percezione di sicurezza
Dubai e Doha hanno trasformato in pochi decenni deserti privi di risorse storiche e culturali comparabili a quelle dei grandi poli turistici mondiali in destinazioni da venti milioni di visitatori l’anno la prima, cinque milioni la seconda. Il meccanismo è stato preciso: infrastrutture aeroportuali tra le più grandi al mondo, hotel di fascia alta, clima favorevole e, soprattutto, una reputazione di enclave sicure in una regione politicamente instabile.
Questo posizionamento aveva già subito qualche incrinatura. Le perquisizioni invasive a passeggere australiane nell’aeroporto di Doha, l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, i recenti procedimenti negli Emirati contro stranieri che avevano condiviso video degli attacchi iraniani: episodi che avevano generato indignazione internazionale senza però frenare i flussi turistici in modo significativo. I viaggiatori avevano implicitamente accettato un compromesso tra comfort e diritti civili.
Il fattore sicurezza geopolitica era rimasto, fino ad ora, fuori dall’equazione. La diffusa convinzione era che paesi come gli Emirati Arabi e il Qatar avessero troppo da perdere per essere coinvolti in un conflitto armato. Quella convinzione è ora venuta meno, e ricostruirla richiederà tempo.
Il nodo della sostituibilità
Il confronto con la crisi del turismo egiziano durante la Guerra del Golfo del 1991 è utile per misurare le proporzioni del problema, ma anche i suoi limiti. L’Egitto registrò allora un calo dell’80% dei visitatori, impiegò oltre un anno a recuperare i livelli precedenti e fu costretto a politiche di incentivo aggressive. Eppure l’Egitto poteva contare su un patrimonio unico e insostituibile: le piramidi, i templi, una storia millenaria capace di attrarre turisti anche in condizioni difficili.
Dubai e Doha non dispongono di questo vantaggio competitivo. Le loro attrattive — hotel di lusso, ristoranti, clima caldo, intrattenimento — si trovano in centinaia di altre destinazioni nel mondo, da Bangkok a Cancún a Monte Carlo. Quando un turista deve decidere dove spendere migliaia di euro per una vacanza, in un contesto geopolitico incerto e con un’offerta globale praticamente illimitata, la propensione al rischio si abbassa drasticamente.
Gli expat residenti nel Golfo mostrano una maggiore resilienza: stipendi elevati e qualità della vita restano motivazioni concrete, e la maggior parte dichiara di non avere intenzione di lasciare. I turisti ragionano diversamente. Non hanno obblighi di residenza, non hanno contratti da rispettare, e possono semplicemente scegliere altrove.
Le prospettive dopo il cessate il fuoco
L’impatto immediato è misurabile: voli cancellati, prenotazioni sospese, allerte governative. Quello che verrà dopo è più difficile da quantificare. Anche quando le ostilità si concluderanno, rimarrà un problema di percezione. Le destinazioni del Golfo dovranno convincere i potenziali visitatori che la normalità è tornata, e che la promessa di una vacanza senza preoccupazioni regge ancora.
È probabile che emergano campagne promozionali e pacchetti incentivati per stimolare il ritorno dei flussi, sul modello di quanto già visto in passato in altre crisi turistiche regionali. Queste misure potranno ammortizzare parte del calo, ma dovranno fare i conti con un ulteriore elemento strutturale: i costi dei voli nella regione potrebbero aumentare, riducendo ulteriormente la convenienza percepita.
Arabia Saudita, nel frattempo, sta investendo oltre mille miliardi di dollari in infrastrutture per attrarre turisti ed expat, replicando il modello emiratino. L’evoluzione del conflitto e le sue ricadute sull’immagine dell’intera regione rappresentano ora una variabile che Riad dovrà considerare nelle sue proiezioni.
