Il conflitto tra Iran e Israele pesa sul settore del lusso in Medio Oriente. Secondo un rapporto di Bernstein Research, le vendite di prodotti di alta gamma nella regione potrebbero scendere del 50% nel corso del mese, per effetto del calo di turisti e traffico nei centri commerciali. L’area rappresenta circa il 6% del mercato globale del lusso, ma è tra quelle con la crescita più sostenuta — tra il 6% e l’8% organico — in un settore che altrove si è assestato su ritmi modesti. I vertici di Hugo Boss, Prada e Salvatore Ferragamo hanno già sollevato la questione con gli investitori, pur non segnalando ancora effetti concreti sui bilanci.
Una regione ad alto margine, ora sotto pressione
Il Medio Oriente non è un mercato marginale per i grandi gruppi del lusso. Dior e Gucci ricavano ciascuno circa il 20% delle vendite — esclusi beauty e multimarca — dalla regione, con una concentrazione significativa negli hub aeroportuali di Dubai, Doha e Abu Dhabi. La crescita del settore è andata di pari passo con l’espansione della ricchezza locale: tra il 2019 e il 2022, il patrimonio degli ultra-ricchi di Medio Oriente e Nord Africa è raddoppiato, con le 106.080 persone più facoltose della regione che hanno visto i propri asset salire da 1.600 a 3.000 miliardi di dollari, secondo un rapporto Oxfam del 2023.
Questa base di clientela ad alto reddito tende ad acquistare prodotti di fascia ancora più elevata — supercar, orologi, pelletteria di punta — rendendo la regione strutturalmente più redditizia rispetto ad altri mercati. L’analista RBC Tom Narayan ha osservato che le automobili di lusso vendute in Medio Oriente generano margini superiori alla media globale. Ferrari e Maserati hanno tuttavia già sospeso le spedizioni verso la regione, una decisione che per ora ha un impatto contenuto: il Medio Oriente pesa per il 4,6% sui volumi globali di Ferrari nel 2025, e i volumi potrebbero essere assorbiti da altri mercati europei.
Il rischio di uno scenario prolungato
Se il conflitto dovesse risolversi rapidamente, l’impatto sul lusso globale rimarrebbe limitato. È questo il giudizio di Luca Solca, analista senior di Bernstein, che tuttavia delinea uno scenario alternativo più complesso: una guerra prolungata potrebbe tenere alti i prezzi di petrolio e gas, alimentare timori recessivi e frenare i flussi turistici verso la regione, che secondo Bernstein generano il 30% delle vendite del settore.
L’elemento energetico è centrale. Alcuni analisti stimano che i prezzi del petrolio potrebbero restare elevati fino al 2027, con effetti a cascata sui costi di trasporto e sulla fiducia dei consumatori a livello globale. Il presidente Trump ha lasciato intendere che il conflitto potrebbe concludersi nell’arco di un mese, ma le previsioni restano incerte. Il CEO di Hugo Boss Daniel Grieder ha definito la situazione in evoluzione e ha indicato che la visibilità rimane limitata, confermando però che il monitoraggio è quotidiano.
Dubai nel contesto regionale
Dubai, insieme ad Abu Dhabi, si trova in una posizione peculiare: geograficamente vicina alla zona di conflitto ma politicamente distante da esso, con una struttura economica diversificata che la distingue dai paesi direttamente coinvolti. Il turismo di fascia alta che alimenta i consumi di lusso negli emirato dipende dalla stabilità percepita dell’intera area. Un deterioramento del contesto geopolitico regionale — anche senza un coinvolgimento diretto — può quindi incidere sui flussi verso Dubai e, di conseguenza, sulle performance dei brand internazionali presenti nelle sue gallerie commerciali e aeroporti.
Il mercato del lusso a Dubai ha registrato una crescita consistente negli ultimi anni, sostenuta dall’afflusso di residenti ad alto reddito e dal turismo internazionale. La tenuta di questo ciclo dipenderà in misura significativa dall’evoluzione del quadro geopolitico nelle prossime settimane.
