Dubai sotto attacco: la vita quotidiana in una città in guerra

Da quando gli Stati Uniti hanno avviato operazioni militari contro l’Iran a fine febbraio, gli Emirati Arabi Uniti hanno subito centinaia di attacchi con droni. Uno di questi ha causato la chiusura temporanea dell’aeroporto di Dubai. Otto persone sono morte nel paese, e almeno 21 individui — tra cui un cittadino britannico — risultano accusati di reati vaghi legati alla diffusione di video degli attacchi iraniani. Nel frattempo, una parte degli influencer che avevano eletto Dubai a palcoscenico della propria vita digitale ha lasciato la città. Eppure, per chi vive e lavora qui da anni, la quotidianità non si è fermata. Si è solo irrigidita.

La gestione dell’emergenza dall’interno

Tanvi Malik lavora nel settore pubblico di Dubai da quasi vent’anni. La settimana scorsa, il palazzo accanto al suo è stato colpito da un drone: ha sentito l’impatto, ha seguito le procedure di evacuazione e si è rifugiata nel seminterrato dell’edificio. “Avevamo già fatto esercitazioni all’inizio della guerra”, racconta. “Tutti sapevano dove andare.”

Il sistema di allerta funziona attraverso messaggi diretti ai telefoni dei residenti, con indicazioni di restare al riparo e un segnale di via libera a ondata neutralizzata. Le autorità consigliano di non affacciarsi alle finestre, di non avvicinarsi ai detriti e di non filmare. Quest’ultima indicazione risponde a tre esigenze simultanee: evitare la diffusione di panico, proteggere informazioni sensibili sui sistemi di intercettazione, e preservare le scene per le autorità civili competenti.

Alcune aziende — in particolare le banche americane — hanno disposto il lavoro da remoto per i propri dipendenti fin dai primi giorni. Il governo non ha invece comunicato indicazioni sulla durata del conflitto né ha invitato i residenti a fare scorte: il messaggio ufficiale è di continuare a vivere normalmente.

Gli influencer, i media e il problema della narrazione

La Dubai degli ultimi anni è diventata un polo di attrazione per creator digitali e nomadi benestanti, facilitati da un sistema di visti relativamente accessibile rispetto ad altri paesi occidentali. Questa visibilità social ha contribuito a costruire un’immagine della città come scenario di lusso e spensieratezza — un’immagine che mal si concilia con le sirene d’allarme e le evacuazioni notturne.

Malik osserva che alcuni influencer se ne sono andati, ma altri stanno scegliendo di raccontare quello che vivono, diventando una voce non ufficiale della resilienza locale. “Non è una cosa orchestrata dal governo”, precisa. “È solo il loro modo di esprimere gratitudine.”

Il problema, secondo chi vive qui da decenni, è che la narrazione mediatica internazionale tende a leggere Dubai attraverso la lente più recente: quella post-Covid, post-guerra in Ucraina, costruita su afflussi di capitali e presenze social. Si perde così la stratificazione di una città costruita nel corso di generazioni, con una popolazione mista che parla urdu, hindi, farsi — lingue della regione che ha contribuito a edificarla prima ancora che diventasse quello che è oggi.

“Non si condanna l’intero paese per le decisioni di un politico”, dice Malik, riferendosi alle critiche che collegano la vulnerabilità di Dubai alle scelte militari di Washington. “Eppure spesso la nostra regione viene descritta con pennellate larghissime, e si perde la specificità di Dubai.”

La soglia di adattamento

Dopo settimane di attacchi, il livello di allerta nella popolazione si è stabilizzato su una tensione di fondo difficile da eliminare del tutto. All’inizio, la maggior parte dei residenti si aspettava che le ostilità restassero lontane dalla città; poi i droni hanno raggiunto le infrastrutture urbane, e la percezione del rischio è cambiata.

Malik non cerca di minimizzare. Riconosce che c’è paura, anche quando le probabilità di essere colpiti sono basse. Quello che descrive, però, è una risposta collettiva fatta di stoicismo pragmatico: la città funziona, i servizi reggono, le istituzioni comunicano. Quanto durerà, nessuno lo sa — e il governo, per ora, non lo dice.

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