Le principali piazze finanziarie del Golfo e l’Egitto hanno registrato una settimana di stabilizzazione, dopo due settimane di ribassi generalizzati. Dubai guida i guadagni settimanali con un +2,3%, ma rimane il mercato con la peggiore performance mensile della regione, con perdite che dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran — scoppiato il 28 febbraio — superano il 14%. Gli analisti avvertono che il recupero potrebbe essere temporaneo: il sentiment rimane fragile e la direzione dei mercati dipenderà in larga misura dall’evoluzione militare e diplomatica del conflitto.
Dubai e Abu Dhabi recuperano terreno, Bahrain e Qatar restano sotto pressione
Abu Dhabi ha guadagnato l’1% nella settimana, mentre Arabia Saudita, Oman ed Egitto hanno anch’essi chiuso in positivo. In controtendenza Bahrain e Qatar, che non dispongono di rotte alternative per l’export energetico rispetto allo Stretto di Hormuz, rimasto bloccato dalle tensioni belliche, e hanno continuato a perdere terreno.
Il rimbalzo di Dubai va letto nel contesto di un mercato che aveva raggiunto i massimi degli ultimi vent’anni a metà febbraio, dopo una lunga fase rialzista iniziata durante la pandemia. Secondo Tarek Fadlallah, CEO di Nomura Asset Management Middle East, le azioni emiratine erano già esposte a prese di profitto: il conflitto con l’Iran ha semplicemente fornito il pretesto. “Gli investitori sono incollati ai telefoni e alle televisioni cercando di capire cosa potrebbe succedere”, ha dichiarato Fadlallah. “È difficile sapere se comprare o vendere in queste circostanze.”
Il comparto bancario degli Emirati è stato tra i più colpiti. Ashish Marwah, chief investment officer di Neovision Wealth Management di Abu Dhabi, spiega che le banche UAE trattavano storicamente a premio rispetto al valore di libro, grazie a proiezioni di crescita elevate. Con le aspettative globali in fase di revisione al ribasso, un riallineamento verso i fondamentali era da attendersi. “È una normale ricalibratura valutativa, già vista in molti mercati emergenti nei periodi di incertezza”, ha osservato Marwah.
Arabia Saudita meno esposta, prospettive di medio termine incerte
Il mercato saudita aveva già toccato i propri massimi a metà degli anni Duemila senza replicare il rally degli ultimi anni, e si trovava vicino ai minimi di un range pluriennale quando è esploso il conflitto. Questo ha limitato lo spazio per ulteriori correzioni. “La vulnerabilità a un potenziale ribasso che esisteva altrove non era presente in Arabia Saudita”, ha spiegato Fadlallah.
Sul fronte delle prospettive di lungo periodo, gli analisti invitano alla cautela ma non al pessimismo. Il nodo centrale è la natura della risoluzione del conflitto: un esito definitivo rafforzerebbe lo status di porto sicuro del Golfo, in particolare degli Emirati; un cessate il fuoco fragile, con potenziale ripresa delle ostilità, potrebbe invece indebolire la percezione degli investitori internazionali.
Fadlallah ricorda che la regione ha già attraversato la guerra Iran-Iraq, i due conflitti del Golfo e cicli petroliferi con prezzi a una cifra. “Se consideriamo dove si trova oggi il Golfo in termini di sviluppo economico e diversificazione, è molto più solido rispetto a qualsiasi momento di quella storia”, ha detto.
Opportunità di accumulo nei prossimi sei mesi, secondo gli analisti
Nonostante il clima di incertezza, alcuni gestori vedono nell’attuale fase una finestra per posizionarsi su titoli del Golfo a valutazioni più contenute. Fadlallah ha indicato i prossimi sei mesi come un potenziale periodo di accumulo, escludendo scenari catastrofici che al momento non ritiene probabili.
La variabile principale resta l’andamento del conflitto. Finché la visibilità sugli scenari geopolitici rimarrà limitata, i mercati della regione continueranno a muoversi con cautela, sensibili a ogni sviluppo sul campo diplomatico e militare.
