L’amministrazione Trump ha autorizzato circa 23 miliardi di dollari in vendite di armamenti a Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Giordania. Le forniture comprendono sistemi di difesa aerea, munizioni, radar, missili Patriot PAC-3, elicotteri Chinook e droni Predator XP. Parte delle transazioni è stata approvata attraverso canali riservati, esenti dall’obbligo di comunicazione pubblica previsto dalla normativa statunitense sulle esportazioni militari. Per alcune forniture l’esecutivo ha invocato la clausola d’emergenza della legge sul controllo degli armamenti, bypassando il periodo standard di revisione congressional di trenta giorni. Le operazioni avvengono mentre l’Iran ha ampliato i propri attacchi alle infrastrutture energetiche regionali.
I dettagli delle forniture
Il pacchetto complessivo si articola in due componenti principali. La prima, annunciata ufficialmente giovedì, vale oltre 16 miliardi di dollari e riguarda sistemi di difesa aerea, munizioni e apparecchiature radar destinate ai tre paesi. La seconda, del valore di circa 7 miliardi, è riservata agli Emirati Arabi Uniti ed è stata autorizzata attraverso canali che non richiedono divulgazione pubblica ai sensi della normativa americana sulle esportazioni di armamenti, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal.
Tra le forniture specifiche figurano missili Patriot PAC-3 per circa 5,6 miliardi di dollari, elicotteri da trasporto pesante CH-47 Chinook per 1,32 miliardi, droni Predator XP per 37 milioni di dollari e programmi di supporto per velivoli leggeri. Queste ultime voci rientrano in accordi precedentemente stipulati, successivamente ampliati per includere i nuovi sistemi.
Il Dipartimento di Stato americano ha giustificato le vendite affermando che migliorano la capacità dei paesi acquirenti di fronteggiare “minacce attuali e future” e rafforzano l’interoperabilità con le forze congiunte statunitensi e con altri attori regionali.
Il contesto regionale
Le autorizzazioni arrivano in una fase di tensione acuta nel Medio Oriente. L’Iran ha esteso i propri attacchi a diversi siti di infrastrutture energetiche nella regione, in risposta ai raid israeliani sulle sue installazioni del gas. La dinamica di escalation coinvolge direttamente le rotte commerciali e le forniture energetiche del Golfo, rendendo la questione della difesa aerea particolarmente urgente per i paesi dell’area.
Gli Emirati Arabi Uniti, già destinatari in anni recenti di forniture militari significative — inclusi i controversi accordi per i caccia F-35 poi sospesi durante l’amministrazione Biden — tornano a essere il principale interlocutore di Washington nella regione. Kuwait e Giordania, entrambi alleati storici degli Stati Uniti, completano il quadro di un rafforzamento militare coordinato che punta a creare una rete di difesa integrata nel Golfo.
Il ricorso alla clausola d’emergenza per accelerare alcune delle forniture segnala la priorità politica attribuita dall’esecutivo a queste transazioni, anche al costo di comprimere le prerogative di controllo del Congresso. Tale meccanismo era già stato utilizzato dall’amministrazione Trump nel primo mandato per forniture ai paesi del Golfo, suscitando critiche bipartisan a Capitol Hill.
Implicazioni per gli Emirati
Per gli Emirati Arabi Uniti, la quota più rilevante del pacchetto — circa 7 miliardi di dollari approvati in via riservata — rafforza una relazione di sicurezza con Washington che negli ultimi anni aveva attraversato momenti di attrito, in parte legati ai rapporti di Abu Dhabi con la Cina. Il via libera di questa tranche segnala una normalizzazione nei rapporti bilaterali in materia di difesa.
Dal punto di vista economico, le forniture militari di questa portata hanno ricadute dirette sull’industria della difesa americana — con Lockheed Martin e Boeing tra i principali beneficiari — e sulle finanze pubbliche dei paesi acquirenti, che destinano quote significative del PIL alla spesa militare. Gli Emirati si confermano tra i maggiori importatori mondiali di armamenti, una posizione che riflette sia la loro esposizione geopolitica sia la disponibilità finanziaria derivante dalle rendite petrolifere.
