Israele rinuncia agli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane dopo le pressioni di Trump

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato giovedì che Israele non colpirà più le infrastrutture energetiche iraniane, dopo che un attacco a un giacimento di gas aveva innescato una serie di rappresaglie che hanno investito impianti energetici in tutta la regione. Il Brent ha toccato i 119 dollari al barile prima di attestarsi intorno ai 108 a fine seduta, il livello più alto dal luglio 2022. Donald Trump aveva esplicitamente chiesto a Netanyahu di fermarsi, dichiarando a margine di un incontro alla Casa Bianca: “Gli ho detto di non farlo. E lui non lo farà.”

Le ripercussioni regionali degli attacchi

La sequenza di colpi e contraccolpi ha prodotto danni estesi in più paesi del Golfo. Il Qatar ha segnalato danni gravi al principale impianto di esportazione di gas naturale liquefatto del mondo: QatarEnergy stima perdite di circa 20 miliardi di dollari l’anno e tempi di ripristino fino a cinque anni. L’Arabia Saudita ha riferito che un drone ha colpito la raffineria Samref sul Mar Rosso, mentre i sistemi di difesa del regno hanno intercettato missili balistici diretti verso Riad. Kuwait e Iraq hanno anch’essi subito attacchi, con due raffinerie kuwaitiane colpite da droni e interruzioni nella fornitura di energia in Iraq dopo la sospensione delle forniture di gas iraniano.

L’intensificarsi degli attacchi ha messo sotto pressione le relazioni tra Washington e Tel Aviv, già segnate da divergenze sugli obiettivi del conflitto. Tulsi Gabbard, direttore dell’intelligence nazionale, ha riconosciuto apertamente che Stati Uniti e Israele perseguono finalità diverse: gli americani mirano a ridurre le capacità militari di Teheran, gli israeliani si concentrano sull’eliminazione della leadership del regime. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha nel frattempo avvertito che l’Iran mostrerà “zero restraint” in caso di nuovi attacchi alle proprie infrastrutture energetiche.

I costi economici e militari del conflitto

Il conflitto, avviato il 28 febbraio con i bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele sull’Iran, è ora al ventesimo giorno e ha provocato oltre 4.100 vittime nella regione, tre quarti delle quali in Iran. Sul fronte militare americano, Teheran ha dichiarato di aver danneggiato un caccia F-35 statunitense: il Comando Centrale americano ha confermato l’atterraggio di emergenza del velivolo e le condizioni stabili del pilota. Il Pentagono ha inoltre inviato al Congresso una richiesta di stanziamento aggiuntivo di 200 miliardi di dollari per finanziare le operazioni, una cifra che indica la prospettiva di un conflitto prolungato, nonostante le dichiarazioni ottimistiche del segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Attraverso questo canale transita circa un quinto dei flussi globali di petrolio e GNL, e i tentativi di riapertura non hanno finora prodotto risultati. Netanyahu ha detto che Israele collaborerà con gli Stati Uniti per risolvere il problema, una dichiarazione che ha contribuito a stabilizzare i mercati nel pomeriggio di giovedì. Nel frattempo, il prezzo della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 3,88 dollari al gallone, il livello più alto degli ultimi tre anni, aumentando la pressione sull’amministrazione Trump in vista delle elezioni di medio termine di novembre.

La risposta americana ai prezzi energetici

Trump ha temporaneamente sospeso una normativa centenaria sulle navi mercantili per ridurre i costi di trasporto dell’energia all’interno degli Stati Uniti. Il vicepresidente JD Vance ha definito il rialzo dei prezzi “un temporaneo scossone”, pur riconoscendo le difficoltà per i consumatori. Alti funzionari dell’amministrazione hanno incontrato i vertici delle compagnie petrolifere per discutere misure di contenimento.

L’Arabia Saudita ha avvertito che la sua pazienza non è illimitata e che non esclude un intervento militare diretto. Riad ha anche dichiarato che le relazioni con Teheran sono “completamente compromesse”. Con il conflitto che si estende anche al Libano, dove gli attacchi israeliani contro Hezbollah hanno causato quasi mille vittime, il quadro regionale rimane instabile e i mercati energetici continuano a scontare un rischio elevato di interruzioni prolungate nelle forniture.

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