Il conflitto tra Israele e Iran ha colpito circa il 20% della produzione petrolifera mondiale. Lo Stretto di Hormuz è quasi paralizzato, i danni agli impianti del Qatar potrebbero richiedere anni per essere riparati, e il prezzo del Brent ha toccato 119 dollari al barile. L’amministrazione Trump ha attivato una serie di misure di emergenza — dalla riserva strategica di petrolio ai waiver sulla legge Jones Act — ma nessuna ha prodotto effetti durarevoli sui mercati. La Casa Bianca sostiene che si tratti di perturbazioni temporanee, ma la situazione sul campo segnala uno scenario più complicato.
Mercati in tensione, risposte contraddittorie
L’Iran ha colpito infrastrutture energetiche nel Golfo Persico in risposta a un attacco israeliano sul suo principale giacimento di gas naturale. I prezzi del gas europeo sono saliti fino al 35% in una sola seduta. Le compagnie aeree hanno avvertito che il rincaro del carburante si rifletterà sui biglietti estivi. Gli agricoltori, già penalizzati dai dazi, guardano con preoccupazione al costo dei fertilizzanti.
Sul fronte diplomatico, i messaggi dell’amministrazione americana si sono rivelati spesso contraddittori. Trump ha dichiarato pubblicamente di non essere stato informato in anticipo dei piani israeliani, mentre fonti vicine ai negoziati riferivano il contrario, e funzionari israeliani affermavano che il presidente aveva esercitato una notevole influenza nella scelta degli obiettivi. Nelle stesse ore in cui Trump minacciava di colpire South Pars — uno dei maggiori giacimenti di gas al mondo — il segretario al Tesoro lasciava aperta la possibilità di alleggerire le sanzioni sul petrolio iraniano per stabilizzare i mercati.
La Federal Reserve, che Trump sperava avrebbe tagliato i tassi per sostenere il mercato immobiliare, ha sospeso qualsiasi orientamento in tal senso, preoccupata per la pressione inflazionistica legata all’energia. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito di oltre 80 centesimi al gallone rispetto ai livelli precedenti al conflitto.
Le opzioni sul tavolo e i loro limiti
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito questo conflitto la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero. Washington ha risposto con un pacchetto di misure: assicurazioni politiche per le navi cargo nel Golfo attraverso la Development Finance Corporation, il rilascio coordinato con gli alleati di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, e una deroga temporanea alla Jones Act per facilitare i flussi energetici nei porti americani. Nessuna di queste misure ha convinto i mercati né risolto il problema strutturale: i petrolieri non navigano, perché il rischio di attacchi iraniani rimane concreto.
I gasdotti alternativi di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che bypassano lo Stretto, possono smaltire solo una frazione delle esportazioni regionali. L’ipotesi di prendere il controllo dell’isola di Kharg, principale hub di esportazione del petrolio iraniano, circola tra alcuni consiglieri di Trump, ma altri funzionari ne sconsigliano la realizzazione per i rischi militari e per il possibile effetto di ulteriore impennata dei prezzi.
Anche un’eventuale fine rapida del conflitto non risolverebbe il problema nell’immediato: secondo Kevin Book di ClearView Energy Partners, la riapertura dei pozzi richiede settimane in condizioni normali, e mesi quando gli impianti hanno subito danni bellici. Le stime interne all’amministrazione indicano un ulteriore crollo delle esportazioni iraniane se il conflitto dovesse protrarsi per altre tre o quattro settimane.
Alleati a distanza, summit con Pechino rinviato
Il conflitto ha anche rimescolato le relazioni diplomatiche di Washington. Il vertice con la Cina — che dipende in modo significativo dalle forniture che transitano per Hormuz — è stato rinviato. Alcuni funzionari americani confidavano che Pechino avrebbe fatto pressione su Teheran, ma quella leva non si è ancora materializzata. I leader europei hanno espresso frustrazione per l’assenza di criteri chiari sulla fine delle ostilità. Una battuta di Trump al premier giapponese Takaichi — un riferimento a Pearl Harbor — ha ricevuto una risposta gelida.
Il premier israeliano Netanyahu ha accettato di sospendere nuovi attacchi a infrastrutture simili su richiesta di Trump, ma non è chiaro se questo frenerà la risposta iraniana. Nel frattempo, l’amministrazione ha riconosciuto che il conflitto richiederà almeno 200 miliardi di dollari, senza escludere l’impiego di truppe di terra.
