La Reserve Bank of India ha portato il proprio libro netto di vendite forward in dollari vicino ai 100 miliardi, un livello mai raggiunto in precedenza, nel tentativo di arginare il deprezzamento della rupia, scivolata a nuovi minimi contro il dollaro. Lo riferiscono fonti interne a conoscenza della situazione, che hanno chiesto l’anonimato. A gennaio il dato ufficiale si fermava a 67,8 miliardi; il picco precedente, 88,8 miliardi, risaliva al febbraio 2025. L’accelerazione degli interventi si inserisce in un contesto di rinnovata pressione sulle valute emergenti, alimentata dal rafforzamento del dollaro e dall’incertezza legata alle politiche tariffarie statunitensi.
Strumenti e meccanismi dell’intervento
La RBI ha concentrato la propria azione prevalentemente nei mercati offshore, in particolare attraverso i non-deliverable forward (NDF), contratti liquidati in dollari che permettono di influenzare il tasso di cambio senza intaccare direttamente le riserve valutarie. Questo approccio consente alla banca centrale di contenere i costi dell’intervento e di inviare segnali di politica monetaria al mercato senza esporre le riserve a una riduzione immediata.
Sul mercato domestico, la RBI ha affiancato agli NDF operazioni di buy-sell swap, incluse alcune con scadenza superiore all’anno, utili a sterilizzare l’impatto di liquidità delle vendite di dollari a breve termine. I contratti a breve scadenza — tipicamente da poche settimane a un mese — costituiscono la quota prevalente del portafoglio. Le riserve valutarie indiane si attestavano a 717 miliardi di dollari nella settimana del 6 marzo, livello prossimo ai massimi registrati.
“Lasciare che la rupia assorba liberamente gli shock non è un’opzione nei momenti di stress, quando la componente speculativa nei mercati valutari può mettere rapidamente la valuta su un piano inclinato”, ha dichiarato Madhavi Arora, capo economista di Emkay Global Financial Services.
I rischi del portafoglio derivati in crescita
L’accumulo di posizioni forward aperte non è privo di conseguenze. Con l’avvicinarsi delle scadenze contrattuali, si genera una domanda ricorrente di dollari che, sommata alla domanda strutturale degli importatori, potrebbe limitare qualsiasi recupero sostenuto della rupia. È quanto sottolineano gli strategist di Barclays, tra cui Mitul Kotecha, in una nota diffusa martedì. La rupia ha segnato minimi consecutivi nel corso di marzo, scendendo sotto la soglia di 92 unità per dollaro, considerata un livello di riferimento dai mercati.
La pressione sulla valuta era già in atto prima che si innescassero ulteriori tensioni geopolitiche, con deflussi record dai mercati azionari indiani causati dai timori sulle tariffe americane. La RBI interveniva da mesi, ma l’intensità recente dell’azione supera quanto registrato nei periodi precedenti.
Per gli investitori e gli operatori commerciali attivi nella regione MENA, la dinamica della rupia ha implicazioni concrete. L’India è il principale partner commerciale degli Emirati Arabi Uniti e la comunità indiana rappresenta la diaspora più numerosa a Dubai. Un indebolimento strutturale della rupia incide sui flussi di rimesse, sulla competitività delle esportazioni indiane verso il Golfo e sui costi di approvvigionamento per le aziende che operano in entrambe le direzioni.
Prospettive e variabili aperte
La RBI non ha risposto alle richieste di commento. La banca centrale dispone ancora di riserve valutarie elevate, ma la crescita del portafoglio derivati introduce un vincolo operativo che potrebbe ridurre il margine di manovra nei prossimi mesi. La sostenibilità della strategia dipenderà in larga misura dall’evoluzione del dollaro sui mercati globali e dalla stabilizzazione dei flussi di capitale verso i mercati emergenti. Per ora, l’istituto centrale ha scelto di difendere il tasso di cambio accettando un rischio implicito crescente sul proprio bilancio in derivati.
