Il fondo sovrano norvegese Norges Bank Investment Management, con 2.200 miliardi di dollari in gestione, sta elaborando scenari di stress legati all’escalation in Medio Oriente e alla concentrazione tecnologica nei mercati azionari. Nicolai Tangen, amministratore delegato del fondo, ha visitato Dubai e l’Arabia Saudita nelle settimane precedenti all’inizio del conflitto, restando colpito dalla vivacità economica della regione. Quella stessa regione è ora al centro delle preoccupazioni del maggiore fondo sovrano al mondo, che detiene circa l’1,5% di tutte le azioni quotate a livello globale. Le sue valutazioni meritano attenzione non solo in ottica macroeconomica, ma anche per chi opera o investe nel Golfo.
Due scenari negativi sul tavolo
Tangen identifica due rischi principali, entrambi con ricadute dirette sui mercati del Golfo e sulle rotte commerciali che coinvolgono gli Emirati. Il primo è il ritorno dell’inflazione: una chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz spingerebbe il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, con effetti a cascata sulle catene di approvvigionamento globali. Il secondo è la frammentazione geopolitica: i dazi di Trump hanno già eroso i flussi commerciali, e il conflitto rischia di allargare ulteriormente le fratture tra gli Stati Uniti e i paesi alleati.
Le simulazioni interne del fondo quantificano l’impatto: una disintegrazione degli scambi commerciali e un calo della crescita globale potrebbero ridurre del 49% il portafoglio azionario del fondo e del 37% il suo valore complessivo. Per Oslo il rialzo dei prezzi energetici rappresenta una voce di entrata, ma i trasferimenti dal fondo coprono il 20-25% del bilancio nazionale norvegese: un deterioramento generalizzato dei mercati peserebbe comunque sull’economia del paese.
Per chi investe a Dubai o opera nell’area MENA, il dato sullo Stretto di Hormuz è di immediata rilevanza: circa il 20% del commercio globale di petrolio transita da quella rotta, e qualsiasi perturbazione si riflette direttamente sui costi logistici e sui margini delle imprese attive nella regione.
Il rischio tecnologico e la complacency dei mercati
Accanto ai rischi geopolitici, Tangen segnala una seconda zona di fragilità: il settore tecnologico. Il fondo crede nell’intelligenza artificiale — sta applicando strumenti AI per ottenere un incremento di produttività stimato al 20% — ma le valutazioni di mercato e l’incertezza sulle prospettive di redditività delle aziende AI destano preoccupazione. Secondo i test interni, una correzione del settore tech potrebbe azzerare più della metà del portafoglio azionario del fondo, che include posizioni rilevanti in Nvidia e Apple.
Il riferimento di Tangen all’economista Hyman Minsky — secondo cui la stabilità prolungata alimenta eccessi e poi panico — sintetizza la sua lettura dell’attuale momento: i mercati appaiono tranquilli, ma quella tranquillità potrebbe essere ingannevole. “Stability is unstable”, ha detto, richiamando proprio le impressioni raccolte durante la visita a Dubai e Riyadh.
Sul fronte europeo, Tangen ha sollecitato a Parigi un rafforzamento del mercato unico secondo le linee indicate da Mario Draghi: maggiore integrazione, mercati dei capitali unificati, meno burocrazia. Ha riconosciuto che crescita e innovazione in Europa restano inferiori agli Stati Uniti, segnalando anche un possibile riequilibrio dell’allocazione geografica del fondo verso il Vecchio Continente.
Implicazioni per gli investitori nell’area del Golfo
Per chi è posizionato negli Emirati o più in generale nell’area del Golfo, le valutazioni di Norges offrono una mappa di rischio utile. Dubai resta uno degli hub più attrattivi della regione, con fondamentali solidi e un sistema finanziario ben diversificato rispetto alla sola rendita petrolifera. Tuttavia, un’eventuale chiusura o anche solo una riduzione del traffico attraverso Hormuz avrebbe effetti immediati su porti, logistica e import-export che passano per il porto di Jebel Ali.
Il messaggio del fondo norvegese non è catastrofista: è una chiamata alla preparazione. Chi opera con orizzonti di medio-lungo periodo nell’area MENA farebbe bene a incorporare nei propri piani questi scenari di stress, oggi ancora considerati marginali dai mercati.
