Il blocco di Ras Laffan ridisegna il mercato globale del gas liquefatto

L’attacco con droni iraniani allo stabilimento qatariota di Ras Laffan — il più grande impianto di gas naturale liquefatto al mondo — e i successivi danni ai giacimenti di South Pars hanno interrotto una catena di fornitura che operava senza sosta da trent’anni. Con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso al traffico commerciale, i prezzi spot dell’LNG sono più che raddoppiati rispetto ai livelli pre-conflitto. Ogni settimana di fermo equivale, in termini energetici, al fabbisogno annuale domestico di una città come Sydney. Le stime più prudenti di Morgan Stanley indicano che un’interruzione superiore al mese produrrebbe già un deficit globale netto.

La struttura del mercato LNG e i suoi punti di fragilità

Il mercato del gas naturale liquefatto funziona su contratti pluridecennali con consegne just-in-time. Il gas supraffreddato evapora lentamente, i costi di stoccaggio sono elevati e le infrastrutture — navi metaniere, rigassificatori, terminal di esportazione — sono altamente specializzate e non fungibili. A differenza del petrolio, non esistono riserve strategiche coordinate a livello globale. Il sistema è progettato per l’efficienza in condizioni normali, non per assorbire shock di questa portata.

Qatar è il fornitore di riferimento per gran parte dell’Asia: fornisce il 99% delle importazioni LNG del Pakistan, è il principale esportatore verso India, Vietnam e Filippine, e movimenta una quota rilevante dei volumi che transitano attraverso gli Emirati Arabi Uniti verso i mercati orientali. Un’interruzione prolungata non colpisce solo i Paesi più vulnerabili: secondo Rystad Energy, una chiusura di sei mesi spingerebbe anche Europa e Giappone a razionare i consumi, proprio nel periodo estivo in cui ricostruiscono le scorte invernali.

Asia in prima linea, Europa in allerta

Le ricadute immediate si concentrano nell’Asia meridionale e sudorientale, che acquista circa quattro quinti dell’LNG qatariota. Il Pakistan ha già avvertito che le riserve potrebbero non bastare a coprire il fabbisogno elettrico a partire da metà aprile. Vietnam e Filippine hanno sospeso nuovi acquisti spot in attesa di un calo dei prezzi. India ricorre a contratti spot ai prezzi più alti degli ultimi anni. La risposta automatica in queste economie non è il gas rinnovabile: è il carbone, con conseguenze opposte agli obiettivi climatici dichiarati.

L’Europa, reduce da un inverno rigido con scorte già basse, deve ricostituire le riserve nei prossimi due-tre mesi. Dal 2022, le chiusure di impianti industriali ad alta intensità energetica sono cresciute del 600% e gli investimenti nel settore chimico sono calati di oltre l’80%, secondo Roland Berger. Un secondo shock in tre anni accelererebbe quella distruzione della domanda industriale che già ha ridisegnato la geografia manifatturiera del continente.

Le implicazioni per gli investitori attivi nel Golfo

Per chi opera o investe negli Emirati, il contesto cambia su più fronti. Il blocco di Hormuz colpisce direttamente i flussi commerciali che passano per Dubai come hub logistico e finanziario. I produttori alternativi — Australia, Stati Uniti — registrano già un aumento della domanda, ma la capacità di espansione rapida è limitata. Taiwan, Bangladesh e Giappone hanno avviato contatti con Washington e Canberra per sostituire i volumi qatarioti.

Nel breve periodo, la crisi comprime la liquidità dei mercati spot regionali e aumenta il rischio di controparte nei contratti energetici. Nel medio termine, chi ha posizioni nel settore delle infrastrutture energetiche o nella logistica portuale del Golfo dovrà considerare scenari di interruzione più lunghi di quanto inizialmente stimato. L’analista Saul Kavonic di MST Marquee stima che, anche a conflitto concluso, il ripristino delle forniture potrebbe richiedere mesi, a seconda dell’entità dei danni agli impianti. La variabile determinante resta la durata del blocco a Hormuz, su cui al momento non esiste visibilità certa.

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