Gli attacchi iraniani avvicinano i Paesi del Golfo a Israele e agli Stati Uniti

Anwar Gargash, consigliere principale del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha dichiarato martedì che la campagna missilistica e con droni condotta dall’Iran contro i Paesi del Golfo sta producendo un effetto contrario alle intenzioni di Teheran: anziché isolare Israele dalla regione, ne rafforza il ruolo. La dichiarazione, rilasciata durante un evento del Council on Foreign Relations, arriva in un momento in cui gli Emirati hanno già intercettato oltre 2.000 proiettili iraniani dall’inizio del conflitto, subendo due caduti militari, sei vittime civili e 158 feriti.

Gli Emirati sotto attacco: i numeri della difesa

Da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato la campagna aerea contro l’Iran il 28 febbraio, Teheran ha colpito aeroporti, porti, impianti petroliferi e hub commerciali nei sei Paesi del Golfo con missili e droni, affiancando a questi attacchi operazioni di disturbo alla navigazione nello Stretto di Hormuz. Quel corridoio marittimo movimenta circa un quinto della produzione petrolifera mondiale ed è strutturalmente legato alle economie del Golfo. Il ministero della Difesa degli EAU ha reso noti i numeri della risposta emiratina: 327 missili balistici, 15 missili da crociera e 1.699 droni intercettati. Gli Emirati risultano il Paese più colpito tra i sei membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Il giorno successivo all’intervento di Gargash, Israele ha condotto un attacco sul campo South Pars/North Dome, il più grande giacimento di gas naturale al mondo, condiviso tra Iran e Qatar. Il giacimento fornisce circa il 70% del fabbisogno interno di gas dell’Iran. In risposta, la televisione di Stato iraniana ha annunciato imminenti attacchi su infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, citando esplicitamente la raffineria Samref e il complesso petrolchimico di Jubail in Arabia Saudita, il campo gasifero Al Hasan negli EAU, e impianti petrolchimici in Qatar.

La risposta politica e le alleanze che si ridisegnano

Gargash ha indicato che gli Emirati valutano la possibilità di partecipare a un’iniziativa internazionale a guida americana per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, pur mantenendo finora una postura di non belligeranza diretta. I leader del Golfo restano cauti sul rischio di un’escalation incontrollabile: i sei Paesi del CCG hanno tenuto una sola videochiamata e nessun vertice arabo è stato convocato per coordinare una risposta collettiva.

Tuttavia, secondo Gargash, la pressione iraniana sta accelerando un riavvicinamento su più fronti. Verso Israele, con cui UAE e Bahrain hanno normalizzato i rapporti nel 2020 nell’ambito degli Accordi di Abramo, e verso Washington, le cui basi militari presenti nella regione hanno assunto un valore strategico ancora più evidente. Il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha confermato la settimana scorsa che i partner del Golfo stanno intensificando la cooperazione e sono disponibili ad assumere un ruolo più attivo, inclusa la difesa aerea integrata.

Gli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche del Golfo non sono un fatto nuovo: nel 2019 gli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais furono colpiti in un’operazione che dimezzò temporaneamente la produzione di Riyad e fece oscillare i mercati petroliferi globali.

Implicazioni per chi opera nella regione

Per gli investitori e gli operatori economici italiani presenti negli Emirati o con esposizione sui mercati del Golfo, il quadro attuale comporta variabili concrete. La stabilità delle rotte energetiche attraverso Hormuz incide direttamente sulle forniture globali e sui prezzi del petrolio. Le minacce esplicite a infrastrutture UAE come il campo Al Hasan introducono un elemento di rischio geopolitico che le analisi di investimento nella regione non possono ignorare.

Allo stesso tempo, l’intensificarsi della cooperazione in materia di difesa e sicurezza tra EAU, Israele e Stati Uniti configura un sistema di alleanze più strutturato di quanto non fosse tre anni fa. Per chi valuta operazioni commerciali o allocazioni di capitale nell’area MENA, la traiettoria degli Emirati — orientata verso una maggiore integrazione con gli Stati Uniti e verso il consolidamento degli accordi con Israele — resta quella di un interlocutore che punta alla stabilità, anche sotto pressione.

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