S&P: banche del Golfo a rischio deflussi per 307 miliardi in caso di escalation del conflitto

S&P Global Ratings ha quantificato in 307 miliardi di dollari i potenziali deflussi di depositi interni dai sistemi bancari del Consiglio di Cooperazione del Golfo qualora il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran dovesse prolungarsi oltre le aspettative. Lo scenario di base dell’agenzia prevede una fase più intensa della guerra della durata di due-quattro settimane, ma ammette che incidenti intermittenti potrebbero estenderla. Il conflitto, al suo terzo mese, ha già colpito i mercati energetici, le rotte di trasporto e le operazioni di alcune banche internazionali negli Emirati. Per ora, nessuna evidenza di deflussi significativi.

La tenuta del sistema bancario del Golfo

S&P precisa che, allo stato attuale, non sono stati rilevati deflussi rilevanti di fondi esteri o locali dalle banche della regione. I sei sistemi bancari del GCC dispongono di circa 312 miliardi di dollari in cassa o depositati presso le banche centrali, una riserva sufficiente ad assorbire lo scenario di stress ipotizzato. Aggiungendo la liquidità ricavabile dalla liquidazione dei portafogli di investimento con uno sconto del 20%, il buffer complessivo sale a circa 630 miliardi. L’agenzia definisce il rischio “complessivamente gestibile”, sottolineando che quattro dei sei paesi del GCC offrono un livello di sostegno molto elevato ai propri sistemi bancari.

Il punto più vulnerabile identificato da S&P è il Bahrain, dove le banche retail presentano un’esposizione crescente al debito esterno. Gli Emirati Arabi Uniti mostrano invece una dinamica di fondo positiva: gli asset bancari totali hanno raggiunto 5.340 miliardi di dirham nel 2025, con una crescita del 17,1% rispetto all’anno precedente, trainata da un aumento dei prestiti del 18% e dei depositi del 16%. Il governatore della banca centrale degli Emirati, Khaled Mohamed Balama, ha ribadito all’inizio di marzo che il settore continua a operare regolarmente.

Infrastrutture digitali sotto pressione

Il conflitto ha tuttavia generato disruption operative concrete. Il 2 marzo, attacchi con droni hanno colpito tre strutture di Amazon Web Services negli Emirati e in Bahrain, interrompendo temporaneamente l’accesso ai servizi cloud per diversi clienti bancari. Alcune banche internazionali hanno ridotto le operazioni fisiche rivolte alla clientela dopo che le Guardie della rivoluzione iraniane hanno minacciato attacchi ai centri economici e agli istituti legati a Stati Uniti e Israele. S&P segnala che le banche che avevano già predisposto data center e strutture di backup fuori dalla regione hanno limitato l’impatto di questi attacchi.

Sotto uno scenario di stress elevato — che ipotizza un aumento del 50% dei crediti deteriorati o un rapporto NPL del 7% sul totale dei prestiti, il valore maggiore tra i due — le perdite cumulative per le 45 principali banche della regione potrebbero raggiungere circa 37 miliardi di dollari. I settori più esposti includono logistica, trasporti, turismo, immobiliare, retail e ospitalità: comparti che pesano in modo rilevante sull’economia degli Emirati e che interessano direttamente molti imprenditori italiani attivi nella regione.

Il parallelo con il 2020 e le prospettive per gli investitori

S&P traccia un parallelo con lo shock da Covid-19 del 2020, quando i regolatori del Golfo attivarono misure straordinarie per consentire alle banche di assorbire le svalutazioni sui prestiti senza compromettere la stabilità del sistema. L’agenzia si attende una risposta analoga in caso di deterioramento delle condizioni. Le azioni delle principali banche UAE hanno subito cali a doppia cifra dall’inizio del conflitto, aprendo valutazioni che alcuni investitori potrebbero considerare in ottica di medio periodo.

Per chi opera o investe negli Emirati, il quadro tracciato da S&P suggerisce un sistema che regge, ma che sconta pressioni reali su settori chiave. La solidità patrimoniale delle banche riduce il rischio sistemico, ma l’evoluzione del conflitto rimane la variabile determinante.

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