Guerra USA-Iran: il Golfo paga il conto, Dubai e Riad meglio posizionate

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, iniziato il 28 febbraio, sta producendo effetti economici immediati e misurabili sui paesi del Golfo Persico. Gli attacchi iraniani alle infrastrutture regionali — giustificati da Teheran come risposta all’uso militare americano delle basi locali, respinti come illegittimi dai governi del Golfo — hanno colpito tre settori insieme: energia, trasporto aereo e turismo. La stima circolante tra gli analisti parla di centinaia di milioni di dollari di attività economica perduta ogni giorno. La durata del conflitto, ancora incerta, è il fattore che determinerà la profondità del danno.

La chiusura dello Stretto di Hormuz ridisegna i flussi petroliferi

La produzione petrolifera mediorientale è scesa da 21 a 14 milioni di barili al giorno dopo la prima settimana di guerra, secondo Rystad Energy. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è di fatto inaccessibile al traffico commerciale. In uno scenario di prolungata interruzione, Rystad stima una caduta fino a 6 milioni di barili al giorno.

Non tutti i paesi del Golfo sono esposti nella stessa misura. Qatar, Kuwait e Bahrain dipendono quasi interamente dallo stretto per le proprie esportazioni. Arabia Saudita e UAE dispongono invece di infrastrutture alternative: il pipeline saudita Est-Ovest può trasportare circa 5 milioni di barili al giorno, quello degli Emirati verso Fujairah 1,8 milioni. Goldman Sachs stima contrazioni del PIL del 14% per Qatar e Kuwait, del 5% per gli UAE e del 3% per l’Arabia Saudita in caso di guerra fino a fine aprile. Capital Economics alza la posta: meno 10-15% per l’intera regione se il conflitto supera i tre mesi e danneggia le infrastrutture energetiche in modo duraturo.

L’Iraq, fuori dal Consiglio di Cooperazione del Golfo ma ugualmente colpito, starebbe perdendo circa 3 miliardi di dollari al giorno di entrate petrolifere, secondo Wood Mackenzie, sulla base di un calo stimato del 70% della produzione.

Turismo e aviazione: due settimane di stop da 600 milioni al giorno

Tra il 28 febbraio e l’8 marzo sono stati cancellati 37.000 voli nella regione, secondo la società di analisi Cirium. Gli Emirati hanno disposto una chiusura totale del proprio spazio aereo in almeno un’occasione, mentre l’aeroporto di Dubai è stato sospeso temporaneamente dopo un attacco con droni a un deposito carburante nelle vicinanze. Qatar Airways ha ripreso alcune rotte, ma nessun vettore del Golfo ha recuperato i livelli pre-conflitto.

Il World Travel & Tourism Council stima che il settore stia perdendo 600 milioni di dollari al giorno in spesa da visitatori internazionali. Il turismo vale circa l’11% del PIL del CCG, un peso che in paesi come gli Emirati e il Qatar è cresciuto significativamente nell’ultimo decennio come parte diretta delle strategie di diversificazione economica. Conferenze, eventi sportivi e prenotazioni alberghiere cancellate nelle ultime due settimane rappresentano costi concreti per hotel, compagnie aeree e indotto.

Le riserve fiscali come ammortizzatore, ma la durata resta la variabile chiave

Gli analisti interpellati escludono per ora una recessione generalizzata. La ragione principale è la solidità dei fondi sovrani e delle riserve fiscali accumulati negli anni di alta rendita petrolifera. S&P Global ha confermato un outlook stabile per il Qatar, citando i buffer finanziari come scudo sufficiente a reggere perturbazioni temporanee, comprese quelle all’export di GNL.

Per gli UAE e l’Arabia Saudita, la combinazione di infrastrutture alternative, riserve abbondanti e economie più diversificate riduce l’esposizione rispetto ad altri membri del CCG. Lo scenario più probabile, secondo Khaled Almezaini di Zayed University a Dubai, non è una contrazione profonda ma una crescita più debole e un recupero ritardato. Se il conflitto si attenuasse rapidamente, la ripresa potrebbe essere più rapida di quanto attualmente scontato dai mercati. Per chi monitora opportunità nell’area MENA, il nodo resta tutto temporale: ogni settimana aggiuntiva di blocco alza il costo e abbassa il punto di partenza della ripresa.

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