Trump rinvia il summit con Xi: Pechino guadagna tempo sull’Iran

Donald Trump ha chiesto a Pechino di posticipare di circa un mese il suo atteso viaggio in Cina, citando la necessità di restare a Washington per seguire le operazioni militari in Medio Oriente. Il summit — che sarebbe stata la prima visita di un presidente americano a Pechino in quasi un decennio — era previsto per la fine di marzo nell’ambito di un calendario fitto di incontri tra i due leader, pensato per stabilizzare una relazione bilaterale ancora segnata dalla guerra commerciale dello scorso anno. Per la leadership cinese, il rinvio sembra meno un ostacolo che un’opportunità per prepararsi con maggiore cura.

Pechino rimane in attesa, ma il dialogo commerciale va avanti

La Cina non ha mai confermato ufficialmente le date della visita, seguendo la consuetudine di annunciare gli spostamenti dei propri vertici solo a pochi giorni dall’evento per ragioni di sicurezza. Il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian si è limitato a dichiarare che i due paesi sono “in comunicazione” sul summit e che la diplomazia tra capi di Stato è “insostituibile.” Il silenzio di Pechino appare però anche il riflesso di una posizione deliberatamente cauta sul conflitto che ha travolto l’Iran, partner storico della Cina.

Sul fronte economico, nel frattempo, il dialogo procede. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito “molto positivi” i due giorni di colloqui commerciali con il vicepremier cinese He Lifeng a Parigi, conclusi poco prima che Trump annunciasse il rinvio. Le due parti avrebbero discusso l’istituzione di un “Board of Trade” comune. Bessent ha attribuito il posticipo del summit a ragioni “logistiche”, segnalando che Washington non intende compromettere il dialogo economico con Pechino.

La guerra in Iran complica i calcoli di entrambe le parti

Il conflitto scoppiato il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele sull’Iran ha creato una variabile imprevista per entrambe le capitali. Trump ha anche collegato esplicitamente l’eventuale rinvio alla disponibilità cinese a contribuire alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, quasi interamente bloccato dalle operazioni militari iraniane — un elemento di pressione diretta su Pechino, che attraverso quello stretto transita una quota significativa delle proprie importazioni energetiche.

Xi Jinping ha mantenuto un profilo basso dall’inizio delle ostilità, astenendosi da qualsiasi dichiarazione pubblica sulla morte dell’ayatollah Khamenei e sull’elezione del suo successore. Una scelta dettata anche dalla necessità di non compromettere i rapporti con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, entrambi colpiti dagli attacchi iraniani nel Golfo. Il ministero degli Esteri cinese ha condannato sia le vittime civili causate da Usa e Israele sia gli attacchi iraniani contro obiettivi non militari nei paesi del Golfo — una posizione di equilibrio che riflette quanto siano profondi gli interessi economici cinesi nell’intera regione.

Gli analisti concordano sul fatto che il rinvio, nell’arco di qualche settimana o al massimo due mesi, non avrà conseguenze rilevanti sulle relazioni bilaterali. Il quadro negoziale reggto dall’accordo commerciale di ottobre rimane intatto, e i quattro incontri previsti tra i due leader nel corso del 2025 offrono margini sufficienti per recuperare il terreno. La vera incognita, come osserva il professore Wu Xinbo della Fudan University, è la durata del conflitto nel Golfo: finché il Medio Oriente non si stabilizza, l’agenda globale di Washington resterà condizionata da quella variabile.

Per gli operatori economici attivi nella regione MENA, il punto da tenere d’occhio non è tanto il rinvio in sé quanto l’evoluzione del conflitto attorno allo Stretto di Hormuz: da quella rotta passano flussi commerciali ed energetici che interessano direttamente i mercati del Golfo, compreso quello degli Emirati Arabi Uniti.

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