Tensioni nel Golfo: infrastrutture energetiche e prezzi del petrolio limitano l’impatto sul GCC

Le economie del Consiglio di Cooperazione del Golfo si trovano a gestire un aumento del rischio geopolitico legato alle tensioni con l’Iran. Le preoccupazioni si concentrano sullo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio. Secondo gli economisti, tuttavia, le infrastrutture energetiche alternative e il rialzo dei prezzi del greggio offrono un ammortizzatore rilevante, in particolare per Arabia Saudita ed Emirati. Il quadro complessivo è quindi più articolato di quanto i rischi di superficie possano suggerire, con differenze significative tra i singoli Paesi della regione in base alla loro dipendenza dalle rotte di esportazione via Hormuz.

L’esposizione varia tra i Paesi del Golfo

Goldman Sachs stima che Qatar e Kuwait potrebbero registrare una contrazione del PIL di circa il 14% nell’anno in corso se il conflitto dovesse protrarsi fino ad aprile e comportare un blocco di due mesi dello stretto. Si tratterebbe del peggior rallentamento economico per quei Paesi dai primi anni Novanta, quando l’invasione irachena del Kuwait provocò un grave sconvolgimento nei mercati energetici globali.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti risultano meglio posizionati grazie a infrastrutture di esportazione che bypassano Hormuz: l’oleodotto saudita verso i porti del Mar Rosso e il terminal emiratino di Fujairah consentono di raggiungere i mercati internazionali per vie alternative. Goldman Sachs proietta per l’Arabia Saudita un calo del PIL intorno al 3% e per gli Emirati del 5% nello scenario più avverso, cifre comunque inferiori rispetto ai Paesi interamente dipendenti dallo stretto. Anche in questo caso, però, si tratterebbe dello shock economico più severo per queste economie dal 2020.

Il conflitto ha già prodotto effetti concreti su altri settori: i mercati del gas naturale liquefatto sono stati perturbati da un calo delle esportazioni qatariane, mentre il Bahrain ha ridotto la produzione presso il più grande impianto mondiale di alluminio a causa delle difficoltà logistiche legate al blocco di Hormuz.

Il petrolio oltre 104 dollari al barile sostiene i bilanci pubblici

Il Brent ha superato i 104 dollari al barile, con i futures in rialzo di oltre il 40% nelle ultime due settimane. Prezzi più elevati si traducono direttamente in maggiori entrate fiscali per i produttori del Golfo, compensando in parte le pressioni derivanti dalle interruzioni commerciali.

Sul fronte fiscale, l’Arabia Saudita potrebbe fronteggiare un deficit più ampio nel primo trimestre se le entrate dovessero calare prima che i prezzi del petrolio si stabilizzino su livelli elevati. Gli analisti stimano tuttavia che il deficit saudita possa ridursi di circa un punto percentuale qualora la produzione si attesti intorno ai 7,5 milioni di barili al giorno con il Brent a 90 dollari. Gli Emirati sono attesi ancora in surplus di bilancio quest’anno. Il Qatar potrebbe invece vedere allargarsi il proprio deficit.

Per quanto riguarda i mercati del debito, gli investitori non stanno attualmente scontando un conflitto prolungato. Fady Gendy di Arqaam Capital segnala che i mercati obbligazionari restano sostanzialmente stabili, con pressioni limitate sui sovereign bond della regione.

I settori non petroliferi sotto osservazione

Oltre all’energia, l’instabilità prolungata potrebbe incidere su immobiliare, turismo e flussi di investimento, settori particolarmente sensibili al clima di sicurezza regionale. L’Arabia Saudita sembra navigare il momento con relativa stabilità: gli spazi aerei restano aperti, le operazioni commerciali proseguono e l’attività economica non ha subito interruzioni significative.

Le strategie di diversificazione economica avviate dai governi del Golfo — dal turismo alla logistica e al manifatturiero — rappresentano un fattore di resilienza strutturale nel medio periodo, anche se i loro effetti sulla riduzione della dipendenza dagli idrocarburi si faranno sentire su orizzonti più lunghi. Per gli imprenditori e gli investitori italiani attivi nell’area MENA, il segnale è che le economie più diversificate e con infrastrutture alternative reggono meglio agli shock geopolitici, mentre i Paesi più esposti a Hormuz restano variabili da monitorare con attenzione nelle prossime settimane.

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