Stretto di Hormuz bloccato, le raffinerie asiatiche cercano greggio in tutto il mondo

Con i flussi petroliferi dallo Stretto di Hormuz praticamente fermi, i raffinatori asiatici hanno avviato acquisti intensivi di greggio da fonti alternative: Stati Uniti, Africa occidentale e Mare del Nord. La corsa agli approvvigionamenti coinvolge i principali operatori di Cina, Corea del Sud, India e Thailandia, disposti a pagare premi elevati pur di garantirsi le forniture. Il cambiamento nei comportamenti di mercato è già visibile: le transazioni sul greggio mediorientale sono rallentate sensibilmente, mentre i raffinatori trattengono ogni carico disponibile invece di riproporlo sul mercato spot.

Acquisti di emergenza da Sinopec a Reliance

Le operazioni delle ultime settimane delineano un quadro preciso. Unipec, il braccio commerciale di Sinopec, ha acquistato almeno 6 milioni di barili di greggio dell’Africa occidentale in transazioni separate. La sudcoreana GS Caltex ha comprato circa 4 milioni di barili di greggio statunitense con consegna a giugno. Hindustan Petroleum ha emesso un’offerta per forniture con carico ad aprile. Un raffinatore thailandese ha acquistato circa 700.000 barili di Forties dal Mare del Nord tramite Trafigura — il primo acquisto di questo tipo da parte di una società thailandese dal 2019 secondo i dati Bloomberg. La Thailandia ha anche assicurato forniture aggiuntive da Angola e Stati Uniti, come confermato dal ministro dell’Energia Auttapol Rerkpiboon. Il Vietnam, a sua volta, ha chiesto supporto all’Angola e si è rivolto a Giappone e Corea del Sud per facilitare le spedizioni.

Il comportamento degli operatori è cambiato strutturalmente, almeno nel breve termine. Attori normalmente attivi sia in acquisto sia in vendita — raffinatori cinesi, coreani, e colossi come Reliance Industries — stanno trattenendo i carichi senza rimetterli sul mercato. La logica è difensiva: in un contesto di scarsità, cedere un carico equivale a rischiare di non trovarne un altro.

I limiti tecnici del petrolio atlantico

La diversificazione degli approvvigionamenti, però, non è una soluzione semplice. Gran parte delle raffinerie asiatiche è configurata per processare i greggi pesanti e ad alto contenuto di zolfo tipici del Golfo Persico. I greggi leggeri e dolci del Bacino Atlantico — americani, norvegesi, nigerianti — hanno caratteristiche chimiche differenti e non possono essere impiegati come sostituti diretti senza intervenire sugli impianti. June Goh, analista di Sparta, ha sintetizzato il problema in modo netto: il petrolio atlantico “non può essere la pillola magica”, anche con margini di raffinazione in forte crescita, perché le raffinerie non sono tecnicamente in grado di processarlo al posto dei greggi mediorientali.

Questo vincolo strutturale significa che la pressione sui prezzi potrebbe mantenersi elevata nel tempo, indipendentemente dalla disponibilità di forniture alternative. Negli Stati Uniti i prezzi di benzina e diesel sono già saliti. In Asia, che dipende dal Golfo Persico più di qualsiasi altra regione, l’esposizione rimane la più alta a livello globale.

Implicazioni per gli operatori nel Golfo

Per chi opera negli Emirati Arabi Uniti o gestisce attività commerciali nell’area MENA, la situazione ha implicazioni concrete. Dubai è un hub di trading energetico regionale: l’interruzione dei flussi dallo Stretto di Hormuz — che si trova a poche decine di miglia nautiche dalla costa emiratina — tocca direttamente la logistica delle materie prime, i costi operativi e le dinamiche dei mercati finanziari locali. I prezzi del greggio restano elevati e volatili, con effetti a catena sui costi energetici industriali e sui margini delle imprese che operano nella regione.

La diversificazione delle forniture a cui stanno ricorrendo i raffinatori asiatici riposiziona anche i flussi commerciali globali: più greggio africano e americano verso est significa rotte più lunghe, noli marittimi più alti e maggiore pressione sulla capacità di stoccaggio. Per gli investitori con esposizione al settore energetico o logistico nella regione del Golfo, sono variabili da monitorare con attenzione nelle prossime settimane.

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