Conflitto in Medio Oriente aggrava il disagio finanziario delle imprese europee

Il conflitto scoppiato tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio scorso si è aggiunto a una situazione già deteriorata per le imprese europee. Secondo un rapporto di Alvarez & Marsal pubblicato questa settimana, il 13,5% delle aziende europee si trovava già in condizioni di distress finanziario prima dell’inizio delle ostilità — il livello più alto dal 2022. Il numero di imprese con problemi simultanei di liquidità, struttura del capitale insostenibile e redditività debole era cresciuto del 57% su base annua. La guerra, con le sue ricadute sui prezzi energetici e sulle catene di fornitura globali, rischia ora di accelerare quella traiettoria.

Un ciclo di stress che precede la guerra

Il report di Alvarez & Marsal analizza i bilanci di oltre 60.000 aziende europee e fotografa una situazione che si era già deteriorata prima del 28 febbraio. Costi in aumento, domanda dei consumatori in calo e instabilità nei flussi commerciali globali avevano già indebolito la posizione finanziaria di molte imprese del continente. I settori più colpiti sono moda e retail, manifatturiero, chimica, automotive, servizi alle imprese e costruzioni — tutti esposti in misura diversa alle oscillazioni della domanda e alle perturbazioni delle supply chain internazionali.

Chris Johnston, managing director del team di ristrutturazione europeo di Alvarez & Marsal, definisce la situazione preesistente come operatività su “margini rasoio”: molte aziende ad alto consumo energetico, come i produttori chimici e manifatturieri, non disponevano di alcun cuscinetto per assorbire nuovi shock. L’aumento dei costi logistici si aggiunge alla pressione, alimentando spinte inflazionistiche che erodono ulteriormente il potere d’acquisto dei consumatori europei.

Lo Stretto di Hormuz e i prezzi dell’energia

I prezzi del petrolio e del gas sono saliti dalla fine di febbraio, mentre i mercati monitorano l’impatto del conflitto sui flussi di materie prime attraverso lo Stretto di Hormuz. Per le imprese europee che già operano con margini compressi, un rincaro strutturale dell’energia rappresenta un moltiplicatore di stress, non una variabile aggiuntiva e gestibile. Secondo Johnston, l’effetto si trasmette rapidamente ai consumatori finali, colpendo in particolare i settori retail e consumer già alle prese con quote di mercato in erosione e costi di servizio del debito elevati.

Il combinato tra indebitamento preesistente e shock geopolitico, spiega ancora il manager, accelera la necessità di ristrutturazioni sia finanziarie che operative. Le imprese con bilanci già fragili hanno meno tempo e meno margine per reagire prima che la situazione diventi irreversibile.

Le implicazioni per chi opera nel Golfo

Per gli imprenditori e gli investitori italiani attivi negli Emirati o nell’area MENA, il quadro europeo offre una lettura in controluce. La pressione sui margini delle aziende europee nei settori chimico, manifatturiero e retail potrebbe tradursi in opportunità di acquisto di asset in distress o in rinegoziazioni di partnership commerciali. Al tempo stesso, la volatilità energetica che pesa sull’Europa è la stessa che muove i mercati del Golfo: chi opera da Dubai con esposizione alle commodity o alla logistica regionale deve già tenere conto delle perturbazioni lungo lo Stretto di Hormuz nelle proprie valutazioni di rischio.

L’analisi di Alvarez & Marsal uscirà aggiornata nel secondo semestre. Nel frattempo, il numero di ristrutturazioni aziendali in Europa è destinato a crescere nei prossimi mesi, con effetti che si rifletteranno anche sui flussi di investimento verso mercati alternativi come quello degli Emirati.

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