Il mondo del petrolio guarda al Golfo
La chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz, seguito agli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran avvenuti il 28 febbraio, ha radicalmente ridisegnato le rotte dell’energia globale. Con circa 20 milioni di barili al giorno normalmente in transito attraverso questo corridoio strategico, la crisi ha immediatamente proiettato sotto i riflettori due infrastrutture alternative: il Petroline saudita e il pipeline Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP) degli Emirati Arabi Uniti. Entrambi i sistemi bypassano lo Stretto, offrendo una via di uscita parziale a una situazione di crescente tensione. I prezzi del greggio ne risentono pesantemente, con il Brent che ha toccato quasi 120 dollari al barile prima di ridiscendere intorno ai 90-100 dollari.
Le due arterie energetiche al centro della crisi
Il Petroline saudita, noto come East-West Pipeline, è un sistema di circa 1.200 chilometri che collega Abqaiq, sulla costa orientale del Golfo, al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Con una capacità progettuale di 7 milioni di barili al giorno a seguito di recenti espansioni, Saudi Aramco ha dichiarato di attendersi il raggiungimento della piena capacità operativa nel giro di pochi giorni. Il secondo sistema è l’ADCOP emiratino, la pipeline Habshan-Fujairah: 400 chilometri circa che collegano gli impianti onshore di Habshan al porto di Fujairah, sul Mar d’Arabia. Secondo le stime degli analisti di Kpler, la condotta opera attualmente al 71% della sua capacità di 1,5 milioni di barili al giorno, con una riserva disponibile di circa 440.000 barili giornalieri. ADNOC potrebbe temporaneamente portare il flusso fino a 1,8 milioni di barili al giorno se necessario. Complessivamente, le due infrastrutture rappresentano una risposta concreta ma parziale alla crisi: insieme non riescono a compensare integralmente i volumi normalmente transitati attraverso Hormuz, lasciando aperte significative vulnerabilità per i mercati globali.
I rischi che pesano sulle infrastrutture e sui mercati
Il quadro operativo, però, non è privo di criticità. La raffineria di Ruwais, uno degli impianti più grandi al mondo con una capacità di lavorazione di circa 922.000 barili al giorno, sarebbe stata temporaneamente chiusa in seguito a un incendio all’interno del complesso. Anche qualora l’ADCOP garantisse l’esportazione di greggio via Fujairah, i prodotti raffinati provenienti da Ruwais dipendono ancora in larga misura dalle rotte marittime che attraversano Hormuz. Come sottolinea Pankaj Srivastava di Rystad Energy, le raffinerie emiratine potrebbero essere costrette a rivedere i volumi di esportazione o a gestire accumuli di scorte qualora le rotte marittime restassero bloccate. Sul fronte iracheno, la situazione è ancora più critica: gli analisti stimano che la produzione petrolifera dell’Iraq sia calata fino al 70% a causa del conflitto. Qualora Arabia Saudita e UAE dovessero a loro volta ridurre la produzione, l’impatto sui mercati energetici globali sarebbe di portata eccezionale.
Uno scenario in evoluzione che chiama a scelte strategiche
La crisi dello Stretto di Hormuz evidenzia quanto le infrastrutture energetiche del Golfo siano al centro degli equilibri economici mondiali. Arabia Saudita e UAE stanno dimostrando una capacità di reazione infrastrutturale rilevante, ma la durata del conflitto e il rischio di attacchi agli impianti restano variabili imprevedibili. I mercati lo sanno e reagiscono di conseguenza: la volatilità del Brent, oscillato tra 90 e 120 dollari in pochi giorni, ne è la prova più evidente. In questo contesto, chi opera o investe nell’area del Golfo si trova a fronteggiare uno scenario che richiede analisi approfondita, visione di lungo periodo e una comprensione precisa delle dinamiche geopolitiche ed energetiche regionali. Il ruolo degli Emirati come hub logistico ed energetico, con Fujairah quale porto strategico alternativo, appare oggi più centrale che mai nell’architettura energetica globale.
